domenica 6 novembre 2016

LE BUGIE DEI DOCENTI PER IL SI AL REFERENDUM


Care e cari amiche/ci la mail di Vincenzo Marino mi ha stimolato nel raccogliere le idee e intervenire nel confronto avviato da Gianni Marcatili, il risultato è quello che Vi invio con le annotazioni in coloro rosso che seguono ogni punto richiamato da Vincenzo:

Da Franco Bassanini a Tiziano Treu a Guido Enrico Tabellini passando per Stefano Ceccanti, Pasquale Pasquino e Salvatore Vassallo. Quasi 200 giuristi, tra professori ordinari, associati e ricercatori protagonisti della vita accademica degli atenei italiani, hanno rotto gli indugi e sottoscritto un manifesto per il "Sì" al referendum sulla riforma costituzionale. Le ragioni, più di una, sono elencate e spiegate punto per punto in un documento elaborato quasi a compendio degli argomenti usati dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che nelle sue più recenti uscite pubbliche ha ricordato soprattutto la volontà di tagliare le poltrone più appetibili in un Paese, l'Italia, con troppi politici.
Anche Renzi ha i suoi professori. L’appello dei “docenti per il SI” è un contrappello in risposta ai costituzionalisti che hanno  invece e per primi avviato il loro appello contro la revisione costituzionale. Ce ne sono ben 184, ma non sono tutti costituzionalisti e neppure tutti giuristi, ci sono filosofi, storici, economisti, tributaristi, sociologi, ma non veri e propri esperti in complesse materie costituzionali. Molti di essi inoltre non sono neppure docenti, ma associati e ricercatori, cosa non proprio corretta  se gli stessi dovranno superare un concorso per poi diventare veri docenti e magari saranno giudicati da accademici che hanno o meno aderito all’uno o all’altro appello.
I FIRMATARI DEL MANIFESTO PER IL "SI"
I firmatari del manifesto riconoscono alla riforma, varata in Parlamento "con una larga maggioranza" di affrontare "efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese". "Nel progetto - scrivono - non c'è forse tutto, ma c'è molto di quel che serve, e non da oggi". Segue l'elenco, "a titolo ricognitivo".
1. "Viene superato l'anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato, con la previsione di un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo. Pregio principale della riforma, il nuovo Senato delinea un modello di rappresentanza al centro delle istituzioni locali. E' l'unica ragione che oggi possa giustificare la presenza di due Camere. Ed è una soluzione coerente col ridisegno dei rapporti fra Stato-Regioni. Ne trarrà vantaggio sia il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento, che rimane in capo alla sola Camera dei deputati, superando così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi, sia l'iter di approvazione delle leggi".
2. "I procedimenti legislativi vengono articolati in due modelli principali, a seconda che si tratti di revisione costituzionale o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo fra Stato e autonomie, dove Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie, mentre si prevede in generale una prevalenza della Camera politica, permettendo al Senato la possibilità di richiamare tutte le leggi, impedendo eventuali colpi di mano della maggioranza, ma lasciando comunque alla Camera l'ultima parola. La questione della complicazione del procedimento legislativo non va sopravvalutata, poiché non appare diversa la situazione di tutti gli Stati composti: in ogni caso, e di nuovo in continuità con le esperienze comparate, la riforma prevede la prevalenza della Camera politica".
Non è vero, infatti la cosiddetta “navetta” tra un ramo e l’altro del Parlamento sopravvive anche con la revisione costituzionale. Alcune leggi ( in ben  22 materie ) dovranno passare obbligatoriamente al vaglio sia della Camera che del nuovo Senato, e in altri casi se il Senato ne farà richiesta e poi torneranno alla Camera per la terza deliberazione. Il nuovo iter legislativo in sintesi funzionerà così: il disegno di legge parte dalla Camera, che lo approva. Il Senato su richiesta di almeno 1/3 entro 10 giorni può chieder di discuterlo ed emendarlo nei successivi 20 giorni. A quel punto la Camera lo deve riapprovare ma anche non tenendo conto delle parti emendate e lo riapprova a maggioranza semplice. Ma non sempre, per una lunga serie di materie, se  vuole ignorare tali emendamenti deve farlo a maggioranza assoluta ed entro 10 giorni. Ma non finisce qui  infatti c’è una procedura diversa per le leggi di bilancio  dove il passaggio sarà obbligatorio in tre passaggi Camera, Senato, Camera. Ma con tempi stringatissimi per esaminarli da parte del Senato che sarà obbligato a chiudere la partita in 30 giorni max. E comunque la camera ha priorità e decide tutto ciò che vuole senza possibilità di emendamenti da parte di alcuno.
3. "La riforma del Titolo V della Costituzione ridefinisce i rapporti fra lo Stato e Regioni nel solco della giurisprudenza costituzionale successiva alla riforma del 2001, con conseguente incremento delle materie di competenza statale. Nello stesso tempo la riforma tipizza materie proprie di competenza regionale, cui corrispondono in gran parte leggi statali limitate alla fissazione di "disposizioni generali e comuni". Per la prima volta, non si assiste ad un aumento dei poteri del sistema regionale e locale, bensì ad una loro razionalizzazione e riconduzione a dinamiche di governo complessive del paese. La soppressione della legislazione concorrente serve razionalizzare in un'ottica duale il riparto delle materie e comporta di per sé una riallocazione naturale allo stato o alle regioni della competenza a disciplinare, rispettivamente, i principi fondamentali e le norme di dettaglio che già spettava ad ognuno di essi. Inoltre, l'impianto autonomistico delineato dall'art. 5 della Costituzione non viene messo in discussione perché la riforma pone le premesse per un regionalismo collaborativo più maturo, di cui la Camera delle autonomie territoriali costituirà un tassello essenziale. Con la riforma, peraltro, non viene meno il principio di sussidiarietà e dunque la dimensione di una amministrazione più vicina al cittadino rimarrà uno dei principi ispiratori della Costituzione".
I rapporti tra Stato e Regioni con il nuovo art. 117 le Regioni e gli Enti  Locali perdono  quasi completamente la loro autonomia legislativa e lo Stato centralista potrà  fare e disfare tutto ciò che vorrà. Un passo indietro enorme fa tornare di competenza esclusiva dello Stato centrale una serie di importanti materie istituzionali con forti ricadute sulla vita dei cittadini e sull’uso del territorio come le politiche dei  trasporti  l’energia, la finanza pubblica, il sistema tributario, tutela e sicurezza del lavoro, politiche sociali, istruzione e formazione professionale. Con  buona pace dell’idea federalista anche solo autonomista che porterà ad esempio ad azzerare qualsiasi possibilità di intervento degli enti locali su decisioni importanti che riguardano l’uso del territorio ( percorsi di strade, ferrovie, siti ambientali ( inceneritori , discariche, ecc. ), trivelle, poli direzionali, sportivi, aree industriali o commerciali.Inoltre  è vero che si attribuiscono  competenze regionali in materie  molto vaste, ma queste vengono di fatto contraddette dalla “ clausola di supremazia” dello Satto centrale.  Che sarà esclusiva competenza del Governo e non del Parlamento. Si ritorna al concetto  degli anni ’50 dell’interesse nazionale su tutte le materie legislative, peraltro dando poteri assoluti al Governo e nemmeno al Parlamento, così calpestando ogni idea di “autonomia locale”. Altro che avvicinare lo Stato ai cittadini.
4. "I poteri normativi del governo vengono riequilibrati, con una serie di più stringenti limiti alla decretazione d'urgenza introdotti direttamente nell'articolo 77 della Costituzione, per evitare l'impiego elevato che si è registrato nel corso degli ultimi anni e la garanzia, al contempo, di avere una risposta parlamentare in tempi certi alle principali iniziative governative tramite il riconoscimento di una corsia preferenziale e la fissazione di un periodo massimo di settanta giorni entro cui il procedimento deve concludersi".
5. "Il sistema delle garanzie viene significativamente potenziato: il rilancio degli istituti di democrazia diretta, con l'iniziativa popolare delle leggi e il referendum abrogativo rafforzati, con l'introduzione di quello propositivo e d'indirizzo per la prima volta in Costituzione; il ricorso diretto alla Corte sulla legge elettorale, strumento che potrà essere utilizzato anche sulla nuova legge elettorale appena approvata; un quorum più alto per eleggere il Presidente della Repubblica. Del resto i contrappesi al binomio maggioranza-governo sono forti e solidi nel nostro paese: dal ruolo della magistratura, a quelli parimenti incisivi della Corte costituzionale e del capo dello Stato, a un mondo associativo attivo e dinamico, a un'informazione pluralista".
I poteri del Governo e in primis del suo leader-padrone non avrà più bisogno di decretazioni d’urgenza  per far passare le leggi che  più gli interessano, svilendo di fatto il ruolo  del parlamento, del Quirinale, della Consulta, delle Autorità indipendenti, della Magistratura e della Rai. Non a caso gli stessi firmatari dell’appello del si riconoscono, nelle sue figure più rappresentative come Carlo Fusaro ed altri, che ammettono che la riforma “rafforza il potere del governo in Parlamento”. Un vero e proprio eufemismo per non dire che si crea un premierato pressoché assoluto secondo cui  il capo di un  qualsiasi partito che raggiunga alle elezioni anche solo il 20 %- 25%  dei voti potrà ottenere  il 54% dei parlamentari, e a quel punto nominarsi il Presidente della Repubblica, un bel po’ di giudici costituzionali, e di membri laici del CSM, le Autorità “ non più indipendenti”, e i vertici della RAI TV. Inoltre il governo si impadronisce dell’agenda dei lavori  parlamentari che saranno detatti dal governo stesso con il meccanismo delle leggi dichiarate “ d’urgenza” che dovranno essere apporovate in non più di 70 giorni, mmentre la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare né per le leggi proposte dai cittadini. Le  cosiddette “garanzie” saranno tali solo per il premier e il governo non per il Parlamento ne tantomeno per i cittadini.
6. "Viene operata una decisa semplificazione istituzionale, attraverso l'abolizione del Cnel e la soppressione di qualsiasi riferimento alle province quali enti costitutivi della Repubblica".
Il CNEL che avrebbe dovuto funzionare come luogo di confronto tra e con le parti sociali costa oggi  4,5 milioni di euro che sono per i  soli dipendenti rimasti e che, non verranno affatto ridotti ma passeranno alla Corte dei Conti. Sono rimasti in 24 consiglieri su 64. La legge di stabilità 2015 ha abolito le loro indennità, i rimborsi e tutte le spese per le loro attività. Di fatto operano  senza oneri per lo Stato. Di fatto era già stato abolito con leggi ordinarie.
7. "Infine, lo sforzo per ridurre o contenere alcuni costi della politica è significativo: 220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell'ente che rappresentano); un tetto all'indennità dei consiglieri regionali, parametrata a quello dei sindaci delle città grandi; il divieto per i consigli regionali di finanziare senza controlli i gruppi consiliari; e, senza che si debba aspettare la prossima legislatura, parimenti alle novità precedenti, la fusione degli uffici delle due Camere e il ruolo unico del loro personale. Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate (per esempio in materia di forma di governo: l'Italia rimane una repubblica parlamentare!) o antidemocratiche. A quanti, come noi, sono giustamente affezionati alla Carta del 1948, esprimiamo invece la convinzione che - intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola della parte prima - la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono oramai patrimonio comune di tutti gli italiani. Si tratta ora però di raccogliere le sfide di una competizione europea e globale che richiede istituzioni più efficaci, più semplici, più stabili".
Bugia madornale: dal bilancio di previsione del senato 2016 il costo totale odierno è di 540 mln. Di questi 79,5 lordi finiscono nelle tasche dei senatori, tutti gli altri sono costi del personale amministrativo, deiu servizi, delle forniture, del mantenimento e della manutenzione della sede centrale e degli uffici. Le indennità degli attuali 315 senatori  ammontano a 42 mln lordi su cui i senatori fanno rientrare allo Stato con l’Irpef ca. 14 mln. Nel “nuovo” Senato ci saranno 100 senatori nominati e “stipendiati” dai loro consigli regionali o comunali, i quali sopporteranno di avere dei membri delle loro istituzioni “dimezzati” pur pagandoli per intero ( non piccola annotazione spesso dimenticata) alla fine il risparmio netto sarà di 28 mln ( cioè 42 – 14 = 28 ). Il Senato poi, versa altri 37 mln per le spese sostenute dai suoi membri per lo svolgimento delle loro attività di mandato ( la diaria ( 13,6 mln ) , i rimborsi per le spese generali ( 6,4 mln ) , per la dotazione di strumenti e attività informatizzate ( 0,6 mln )  e per ragioni di servizio ( 0,5 mln ). Rimborsi e supporti che spetteranno egualmente ai “nuovi” senatori per svolgere la loro attività “ avanti e in drè” da Roma alle loro sedi regionali o comunali. Quindi siccome questi saranno 1/3  di quelli di prima i 37mln e rotti si ridurranno a 12 mln, con un risparmio lordo di 25 mln e netto di 20 mln ( detratti 5mln di tasse non più versate ) Totale del risparmio 28+20= 48 mln, pari all’8,8% del costo attuale complessivo. Lo stesso risultato si sarebbe ottenuto decurtando del 10% lo stipendio complessivo di deputati e senatoiri senza toccare la Costituzione. Se si aggiunge che si sarebbe potuto ( e perché no ? ) eliminare tutto il Senato e dimezzare il numero dei deputati eletti  e pagarli la metà di quel che vengono pagati adesso, il risparmio vero per i costi della politica sarebbe stato quello si vero e consistente per le casse dello Stato. Ma l’obiettivo evidentemente non era quello.
"Per tutte queste ragioni di metodo e di merito - concludono i firmatari del manifesto - noi siamo convinti che la grande discussione nazionale che si apre in queste settimane e che continuerà fino alla vigilia della consultazione referendaria potrà persuadere i cittadini italiani della bontà della riforma approvata con coraggio dal Parlamento e della sua utilità per il miglior governo del Paese. Il sì potrà garantire meglio di qualsiasi altra scelta tutto questo".
C’è da restare stupefatti dalla pochezza e faciloneria con cui un variopinto elenco  di intellettuali di altrettanto variopinte culture professionali , accademiche e politiche in cui brillano molti notissimi adepti al culto del liberismo economico e del “darwinismo” sociale, possano affermare in un appello pubblico a favore del SI referendario , questa  aperta contraddizione in termini : “A quanti, come noi, sono giustamente affezionati alla Carta del 1948 ( ndr. sic ! ) , esprimiamo invece la convinzione che - intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola della parte prima - la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono oramai patrimonio comune di tutti gli italiani. Si tratta ora però di raccogliere le sfide di una competizione europea e globale che richiede istituzioni più efficaci, più semplici, più stabili".
Del resto basterebbe avere un minimo di onestà intellettuale per comprendere  (e tanto più lo dovrebbero fare persone che dicono di voler perseguire ancora oggi pur vaghi indirizzi valoriali di sinistra , ma vedo che ciò è francamente scomparso  come sentire comune di vaste masse un tempo socialiste o comuniste e oggi definitivamente subalterne al pensiero unico dominante liberista )  che:
1)      Non è assolutamente vero che la revisione costituzionale non incida sulla forma dello Stato, né su quella dei poteri del  governo. E’ vero il contrario: è sempre più chiaro, infatti, come la forma di governo verrà modificata nelle misura in cui il premier, soprattutto se anche capo di un partito o di un movimento che abbia fatto incetta di seggi attraverso una legge elettorale fatta ad hoc, avrà il toatle controllo del Parlamento. E la forma di stato va verso una fortissima ricentralizzazione dei poteri.
2)      E’ evidente come una siffatta revisione costituzionale che attribuisce alla maggioranza di turno un potere abnorme, avrà riflessi innegabili ed inevitabili anche sulla prima parte della CVostituzione  attraverso un ulteriore probabile ridimensionamento dei diritti sociali ivi scolpiti, rendendo sempre più semplice l’abuso di “prove di forza governative” che peraltro hanno già caratterizzato l’azione di questo governo ad esempio nello smantellamento delle tutele dei lavoratori; con ciò facilitando  quel che scientemente accade da alcuni decenni di indebolire e quindi azzerare i contrappesi  democratici all’esecutivo.
3)      Il tanto decantato  snellimento  del procedimento legislativo si rivelerà una pia illusione alla luce del nuovo art. 70 che porterà alla moltiplicazione dei conflitti di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionali, incrementando alla fine i tentativi di ridurne i poteri verso una decisa svolta di stampo presidenzialista, e il relativo abbattimento delle residue garanzie democratiche.
In ballo, cari amici c’è il futuro della Democrazia ( e una visione della società  ad essa coerente )  in un mondo in cui le potenti  oligarchie economiche e finanziarie a tutti i livelli stanno ristrutturando il proprio ruolo sullo scacchiere geo-politico ed economico, le cui evidenti finalità puntano a svuotare dall’interno ( ove ancora esistono  come in Europa ) le strutture democratiche degli Stati, e per fare questo hanno necessità di distruggere superandole le Costituzioni democratiche e antifasciste nate alla fine della 2° guerra mondiale. Nella chiara convinzione che queste siano ormai incompatibili con la crescita dei loro profitti e della loro visione del mondo.
I pericoli sono reali e concreti e sarebbe buona cosa non sottovalutarne la portata storica.

        Bussero, 6 novembre 2016                                                                                                
                                                                                                                          Vitaliano Serra

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