mercoledì 2 aprile 2014

Manca il pensiero sul futuro. Intervista a Umberto Galimberti

Manca il pensiero sul futuro. Intervista a Umberto Galimberti di CARLO CROSATO su MICROMEGA aprile 2014 Come interpretare una condizione d’essere in cui prevalgono le estasi temporali del passato e del presente e manca il pensiero del futuro? Come concepire il lavoro della consulenza filosofica o il sempre più difficile rapporto fra generazioni? Questi sono solo alcuni dei temi percorsi da Umberto Galimberti in questa intervista, in cui vengono anche toccati i temi più tradizionali della sua riflessione. Nel suo L’ospite inquietante, lei sostiene che i giovani, «anche se non sempre ne sono consci, stanno male»[1]. Leggendo questa sola riga di apertura con uno spirito superficiale, si potrebbe pensare che, se uno non si accorge di star male, è proprio perché non sta male: perché allora convincerlo che sta male? I miti del nostro tempo[2], dall’altra parte, sembra sostenuto dall’idea che il malessere dell’uomo contemporaneo sia causato da una carenza di riflessione, di pensiero. Si può dunque dire che il dolore dell’uomo d’oggi è causato proprio dal non accorgersi di star male? Non direi che non si accorgono di stare male; direi piuttosto che i giovani stanno male, ma non sanno nominare il male di cui soffrono. Questa è una differenza rilevante. Dico questo, con riferimento a un incontro che ho avuto a Parigi nel 2004, con Miguel Benasayag, l’autore di L’epoca delle passioni tristi[3], il quale aveva aperto con uno psichiatria – Ghérard Schmit – uno sportello per il disagio giovanile. E ciò che l’aveva maggiormente impressionato era che i giovani si recassero allo sportello denunciando un male, ma che, se interrogati sul male di cui soffrivano, non sapevano rispondere: «non lo so», dicevano. Questo “non lo so” sta a significare che i giovani non dispongono dei nomi e tanto meno dei decorsi del dolore; e questo perché non sono arrivati a quel livello che permette di riconoscere un sentimento. Nello sviluppo psicologico, noi abbiamo sostanzialmente tre gradini da percorrere. Il primo è l’impulso, che ci è dato per natura; e chi si ferma all’impulso non si esprime con le parole, ma con i gesti: si pensi come esempio al bullismo. Il secondo livello è quello dell’emozione, ovvero della risonanza emotiva che i miei gesti e le mie parole producono dentro di me: prendiamo come esempio il noto caso di Erica e Omar, che, dopo aver ucciso la mamma e il fratellino, escono come ogni giorno per bere una birra; questo tranquillo ritorno alla quotidianità significa che il gesto compiuto non ha avuto alcuna risonanza emotiva. Il terzo e ultimo livello è quello del sentimento, che non è dato per natura, ma per cultura: tutti i popoli, dai più primitivi a quelli contemporanei, hanno raccontato miti, storie dove sono indicati nomi e percorsi sull’ordine sentimentale: per intenderci, nella mitologia greca, noi ritroviamo una fenomenologia dei sentimenti impersonati da Zeus, che è il potere, da Atena che è intelligenza, da Afrodite che è sessualità, da Apollo, la bellezza, da Dioniso, la follia, da Ares, l’aggressività, … Da questo tipo di racconti si imparano i sentimenti. Noi, oggi, non abbiamo più miti. Però abbiamo quell’immenso patrimonio, che si chiama letteratura. Un patrimonio dal quale potremmo imparare che cosa sia il dolore, che cosa sia la gioia, che cosa l’amore, la noia, il suicidio, lo spleen; un patrimonio che, però, ci permettiamo di ridurre ai minimi termini rendendolo sterile. Riduciamo la letteratura a una serie di date, di nomi contenute in un I-pad o in un computer: è chiaro che così i giovani non possono imparare i sentimenti. E quando una persona prova un sentimento, ma non sa comprenderlo, non ne sa dare un nome, vive uno stato di angoscia dovuto al non sapere di cosa stia soffrendo e il perché stia male. Il mito, la letteratura, invece, fornivano e potrebbero fornire un lessico, le parole e i paradigmi per orientarsi nello scenario emotivo, ma soprattutto sentimentale. Proprio in merito a questo tipo di accesso (mancato) al riconoscimento dell’emozione e del sentimento, vorrei porre la questione della “consulenza filosofica”, una pratica non molto conosciuta in Italia. In che cosa consiste? E in che cosa la “consulenza filosofica” differisce dal sostegno di un amico, di un prete, di uno psichiatra? L’amico parla in modo generico e in modo, appunto, amicale cerca di confortare chi sta male. Il prete ha un canone morale, in cui si orienta con riferimento a regole – di cui si parla dal pulpito – e a deroghe – di cui ci si occupa nel confessionale. L’ordine psicologico si occupa dell’apparato emotivo, nel senso che le emozioni che richiamano traumi infantili, lutti, disfacimenti di matrimonio, …, producono dei dissesti emotivi nella mente in formazione. La consulenza filosofica, invece, si occupa della cura delle idee. Se una persona ha delle idee che non sono ordinate rispetto al mondo-ambiente in cui vive, non potendo cambiare il mondo, deve in qualche modo far maturare e ratificare le proprie idee. O, detto altrimenti, se si affollano problemi di cui non si sa vedere soluzione, può giovare disegnare una geografia di questi problemi. È, a tutti gli effetti, una cura delle idee: attraverso la lettura e il commento di libri, si allarga la propria cultura; e questo significa dare alla sofferenza e alla confusione un luogo circoscritto, cioè non pervasivo di tutta la mia persona. Significa allargare il luogo di riflessione, circoscrivendo i problemi e attingendo, da un più ampio armamento culturale, gli strumenti per dar loro una risposta. Mi pare che lei stia richiamando la “capacità panoramica” di cui già scriveva Platone[4]. Mi riferisco proprio a quello. Prima faceva riferimento al mito, che oggi è assente e che quindi non fornisce più un orientamento semantico alle emozioni e alle idee. Ne parlava quindi nei termini in cui l’antropologia l’ha sempre descritto, come quell’apparato categoriale di cui le parole sono manifestazione. Lei parla dei miti anche come di bagliori di superficie che si originano dal non pensiero e, a loro volta, esimono dal pensiero. Leopardi parlava delle illusioni come indispensabili per sopravvivere all’assenza di senso[5]. I Greci parlavano di «cieche speranze»[6]. Il mito di cui lei parla, che cosa condivide e in che cosa differisce da queste due figure? Direi che con queste due figure di cui fa menzione non condivide molto. Le illusioni di Leopardi sono necessarie per vivere; e lo ribadisce anche Nietzsche: «dammi, ti prego, una maschera ancora!»[7]. Le “cieche speranze” sono quelle di cui parla il Prometeo di Eschilo, il quale aveva osato promettere agli umani che con la tecnica si sarebbe sconfitta la morte. Con la parola “mito”, io invece intendo parlare di quel modo di pensare comune, quei dettati gnotici, gli slogan televisivi, che trasmettono un “pensiero non pensato”. Un pensiero non pensato che però l’uomo comune assume, perché costituisce per lui una direzione semplice del proprio percorso di vita. Volendo fare alcuni esempi, prendiamo per prima la crescita: oggi, tutti siamo convinti che dobbiamo crescere, e assumiamo come assodato che se non c’è crescita è un disastro. Ma non ci rendiamo conto che un mondo in cui noi occidentali – che vogliamo crescere – siamo solo il 17% dell’umanità, e in cui la nostra crescita consuma 80% delle risorse del mondo, non possiamo ancora crescere! Eppure, ripeto, tutti siamo convinti che dobbiamo rilanciare la crescita. Un altro mito, che assumiamo senza rifletterci su, è quello dell’intelligenza: solitamente, quando un genitore chiede a un insegnante notizie della condotta scolastica del proprio figlio, l’insegnante risponde che il figlio è “intelligente”. Ma l’intelligenza non è un parametro misurabile; e soprattutto non è un valore univoco, le intelligenze sono molteplici: c’è un’intelligenza logico-matematica, c’è un’intelligenza artistica, c’è un’intelligenza musicale, c’è addirittura un’intelligenza corporea che permette agli sportivi di muoversi con agilità e coordinazione. Le intelligenze sono molteplici: è un mito che l’intelligenza possa essere misurata con un calcolo matematico, e la conferma ce l’abbiamo se pensiamo ai creativi, che secondo i parametri scolastici sono solo distratti, ma che poi dimostrano la straordinarietà delle loro ideazioni. Io ricordo che nelle sue lezioni sosteneva che la persona equilibrata vive nel presente con una tensione al futuro. Solo il maniacale vive rinchiuso nel presente; solo il depresso vive rinchiuso nel passato. Le vorrei chiedere: la nostra epoca, demolito il futuro, è depressa o maniacale? La nostra epoca vive davvero le sole estasi temporali del passato e del presente. La prospettiva diretta verso il passato riguarda soprattutto le persone anziane – e puntualizzo che sono solito considerare anziana una persona che ha più di cinquant’anni, ovvero l’età in cui si inizia a guardare con nostalgia al passato e si iniziano le frasi con l’espressione “ah, ai miei tempi..”. I giovani, invece, vivono nell’assoluto presente, mossi dalla convinzione che la vita è “uno stupido scherzo” e tanto vale vivere in diretta ventiquattro ore al giorno e riderci sopra. Ma vivere nell’assoluto presente è decisamente deresponsabilizzante. La responsabilità è la comprensione degli esiti che la mia azione avrà sul mio passato (personalità e reputazione) e degli effetti che avrà sul futuro: ma se per il giovane – che vive in uno stato di maniacalità – passato e futuro sono assenti, viene meno anche la responsabilità. Mentre parlava, mi tornava alla mente il «colpo di genio»[8] del Cristianesimo di cui parlava Nietzsche: il dono di un futuro di salvezza ultraterrena. Oggi, pensavo, oltre a non esserci più questa speranza nel futuro ultramondano, è stato annichilito anche il futuro mondano. Infatti, è così. E il futuro, in termini umani, non c’è più, non tanto perché non c’è un tempo fisico; ma perché non c’è una configurazione del futuro. Quando Nietzsche, nel definire il nichilismo, afferma che «manca il fine», ecco che il futuro è già infranto, è già cieco e buio. «Manca la risposta al “perché?”» [9]: ed è chiaro che se manca un progetto e manca uno scopo, manca anche la ragione per cui si è al mondo, il senso dell’esistenza. Lei denuncia il fatto che il futuro è destinato ai giovani, ma non è fattualmente in loro possesso, perché le generazioni a loro precedenti lo tengono in ostaggio. Nello scenario politico italiano, è nata da poco una compagine politica che promette di sottrarre il futuro dalle mani dei vecchi – o dei “morti”, come li chiamano – per consegnarlo alla gente. E c’è anche chi deve la propria notorietà al motto della rottamazione. La questione è: secondo lei, queste sono novità effettive e genuine nella scena politica? Restando sul secondo caso, quello della “rottamazione”, direi che nel modo di esprimersi dimostra insieme un po’ di ingenuità e un po’ di ribellismo. Però non c’è dubbio che la questione del cosiddetto “ricambio generazionale” sia effettiva. Dal momento che, grazie alla medicina, le generazioni in concorrenza non sono più due – quella dei padri e quella dei figli –, bensì tre – nonni, padri e figli –, e dal momento che il potere lo detiene la generazione più vecchia, quella dei nonni, assistiamo a una scena così organizzata: i nonni hanno il potere, i padriattendono che i nonni si facciano da parte per acquisire quel potere, mentre i figli sono i perenni giovani, considerati tali fino ai quarant’anni, che quindi possono aspettare in disparte. Ma si tratta di una situazione perversa, in cui il potere è sempre più spostato verso la vecchiaia, e che destina la società intera alla depressione. Mi spiego. Il momento creativo e ideativo è – per la psicologia evolutiva – limitato dai 15 ai 30 anni: una fascia d’età in cui il giovane può esprimere il massimo della forza biologica – e di questo, il mercato si accorge, dal momento che si fa avanti per comprare la sola biologia dei giovani –; una fascia d’età in cui il giovane può esprimere il massimo della potenza sessuale – che però non può essere riproduttiva: si vede quindi che si è formato un gap tra natura e cultura, che Maritain denunciava dicendo che la nostra cultura ha creato angeli che Dio non aveva previsto –; una fascia d’età, infine, in cui il giovane può esprimere il massimo della propria intelligenza – un matematico è tale fino ai 34 o 35 anni, dopo di ché diventa professore di matematica e i teoremi non li inventa più; i matematici non hanno un “loro” premio Nobel, perché quando toccano il loro apice creativo sono troppo giovani rispetto agli standard di quel premio. E allora, una società che si priva del massimo della potenzialità biologica, del massimo della potenza sessuale e del massimo delle capacità creative, si priva del proprio futuro, rischiando di recludersi nella depressione. Per questo sostengo che, nonostante un po’ di ingenuità, la “rottamazione” abbia un suo fondamento. Non dico che si debbano cacciare i vecchi. Dico, però, che i vecchi dovrebbero riconoscere i propri limiti e lasciare spazio alle nuove energie che avanzano. Le vorrei fare un esempio personale: quando è giunto il momento della mia pensione, mi è stata offerta la possibilità di insegnare per altri due anni; io ho rifiutato, per la consapevolezza dei miei limiti e per lasciare spazio a chi dopo di me aveva qualcosa da dire. Questo grazie allo spirito greco, che ci insegna di riconoscere i nostri limiti: «non oltrepassare il limite!» era il grande messaggio dell’oracolo di Delfi. Lei sostiene che le persone non pensano; e che non pensano anche perché non leggono. Non c’è una sorta di contraddizione performativa nel dire in libri che non si leggono libri? Quali canali si possono oggi sfruttare per raggiungere le teste e smettere di colpire la pancia? Io penso al libro come a un emblema, come un simbolo: quando leggo un libro, sono costretto ad attivare un pensiero; io sono l’autore di ogni libro che leggo. Quando leggo, interpreto; quando leggo, entro in un mondo che è altro rispetto al mio mondo. Il libro obbliga alla creazione del libro stesso che si sta leggendo. Oggi la società è inchiodata di fronte a tv e pc, dove si registrano passivamente delle impressioni: si ricevono immagini, spesso anche ad alta velocità, al punto che vengono trattenuti solo dei frammenti. Davanti alla televisione non si deve creare o immaginare; si deve solo vedere. L’immaginazione è un’operazione attiva, mentre la recezione delle immagine è pura passività: quando io vedo uno spettacolo non penso, resto semplicemente impressionato. Il pensiero non si attiva, io non invento niente all’interno di una visione. In un processo del genere, in cui spariscono i libri – come pare stia accadendo, dato che non vengono più acquistati –, sparisce anche una configurazione importante: quella dell’immaginazione e del pensiero. Il passaggio dall’uomo lettore all’uomo videns, come lo chiama Sartori[10], è un passaggio che non può lasciare indifferenti. L’unico luogo in cui si può riattivare il pensiero è la scuola. Ma evidentemente la scuola sta andando nella direzione che non è quella di capire la trasformazione dall’uomo lettore all’uomo passivo e che non è nemmeno quella di comprendere la molteplicità delle intelligenze. Ripeto, l’esempio della sostituzione dei libri con dei tablet, per me, è una tragedia: il libro può essere letto, ripassato, sottolineato, piegato, maltrattato. Il libro lo tengo tra le mani, l’I-pad chissà dov’è! Si tratta di un discorso simile a quello che si può fare riguardo la differenza tra la sessualità fisica e corporea e la sessualità virtuale.

Nessun commento:

Posta un commento