domenica 23 novembre 2014

SEMPRE A PROPOSITO DI JOBS ACT E ASSEMBLEA PD BUSSERO DEL 14.11.2014

Ho riflettuto molto prima di intervenire in questo scambio di mail avviato dall’amico Rinaldi presente all’assemblea del PD sul Jobs Act del 14.11 ed  ho ritenuto opportuno farlo per cercare, se possibile, di fornire una interpretazione meno superficiale alle ragioni che hanno prodotto “l’incidente dialettico” tra Rosati e il senatore Cociancich.

La serata era titolata “Jobs Act: prospettive, valutazioni e futuro”  dopo una breve presentazione di Zullo c’è stata l’introduzione molto articolata di Rosati centrata sul tema, ha fatto seguito l’intervento di Cociancich che  ha invece spaziato sulle cose buone fatte  e quelle contenute nella legge di Stabilità dal Governo, e che ha posto molti argomenti interessanti, ma ha evitato palesemente di  entrare nel merito delle norme oggetto della legge delega sul lavoro appunto denominata Jobs Act, di fatto evitando di fornire risposte alle domande venute fuori dal dibattito e dai contributi degli astanti.

Tutte questioni e domande venute dai contributi degli astanti e a cui si chiedevano risposte o almeno spunti di ulteriore riflessione.

A tutto ciò il nostro senatore ha risposto proponendo e riproponendo un vero e proprio “ atto di fede e di speranza” verso le “ progressive e meravigliose sorti del mercato e degli investimenti privati” che sdoganati definitivamente i lacci e lacciuoli dell’art. 18, la famosa “libertà di licenziare” in forma pressoché assoluta e senza quei noiosi vincoli del reintegro, esclusivamente monetizzando la perdita del posto di lavoro e di unico reddito per chi vive solo del suo lavoro, perfino parlando ( francamente a sproposito di quanto avviene in Polonia, Paese che non ha l’Euro e come si faceva una volta in Italia adotta il trucco della svalutazione della sua moneta nazionale.

      Quando poi Rosati che è consigliere regionale del PD  e Segretario  "IV Commissione - Attività produttive e occupazione Regione Lombardia " e  "V Commissione - Territorio e infrastrutture", oltre che ex. Segretario Generale della Camera del Lavoro Metropolitana milanese, rientrando nel tema  specifico della serata e delle “ prospettive, valutazioni e futuro del Jobs Act” ha cercato di evidenziare per informare gli intervenuti dei LIMITI OGGETTIVI contenuti nel provvedimento di delega del Governo, il senatore Cociancich è sbottato accusando  di “faziosità” e di “falsità” Rosati, di lì la scintilla e l’angusto battibecco tra i due.

Quindi ricapitolando:

1)      il Jobs Act NON ha coperture finanziarie sufficienti a fornire garanzia di reddito a chi non ha lavoro, a chi lo perderà intervallando periodi di lavoro precario a periodi di disoccupazione, e a chi l’ha già perso e non riesce a trovarne un altro, anzi le scarse risorse disponibili ridurranno pesantemente le attuali forme di garanzia  al reddito ai cassintegrati e licenziati in mobilità;
2)      il Jobs Act  nel concreto prevede:
ART. 18 E STATUTO DEI LAVORATORI
1 “previsione per le nuove assunzioni del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio”. Con questa misura – che non sarebbe in via sperimentale ma a regime da subito -il Jobs Act distrugge quel che resta dell’art. 18, già ampiamente manomesso dalla legge Fornero. Oggi l’art. 18 prevede il reintegro del lavoratore licenziato soltanto nel caso di licenziamento discriminatorio e laddove il giudice verifichi che di un licenziamento disciplinare non sussista il fatto (caso assai difficile da dimostrare). Nei licenziamenti economici (soppressione della mansione) e in gran parte di quelli disciplinari al lavoratore già oggi non resta che il risarcimento economico. Il Jobs act vuole eliminare del tutto il reintegro. Con il contratto a tutele crescenti, anche nel caso di assunzione a tempo indeterminato, entro i primi anni potrai essere licenziato in qualsiasi momento con un indennizzo proporzionato all’anzianità di servizio, senza quindi il reintegro. E la tutela del reintegro sembra essere esclusa anche alla fine del periodo, visto che il testo -non a caso -non ne parla in modo esplicito;
2 “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime”. Scritto così, non è affatto scontato, come si vuole invece far credere, che il contratto a tutele crescenti sostituisca tutte le altre forme di lavoro precario e a termine. E' già difficile che vengano cancellate quelle di fatto meno utilizzate. Del tutto illusorio pensare che venga abrogato il tempo determinato, il contratto di somministrazione e la para-subordinazione, soltanto per citare quelli di fatto più utilizzati;
3 “revisione della disciplina dei controlli a distanza” (art. 4 dello Statuto). Oggi il controllo dei lavoratori a distanza tramite videocamere o altri sistemi elettronici è vietato. Il Jobs act vuole abolire o comunque indebolire questa norma, sarà così possibile ai datori di lavoro di spiare a distanza i lavoratori, con evidenti ricadute disciplinari;
4 “revisione della disciplina delle mansioni” (art. 13 dello Statuto). Con questa norma si vuole permettere al datore di lavoro di demansionare un lavoratore -con la relativa riduzione di salario -in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale. Ti diranno che se non vuoi perdere il posto di lavoro, devi essere disponibile a ridurre il tuo salario e la tua professionalità;
5 introduzione in via sperimentale del “compenso orario minimo per il lavoro subordinato e le collaborazioni coordinate e continuative”. Questa potrebbe in linea teorica essere una misura positiva, se non fosse che si chiarisce subito che sarà soltanto per quei settori dove non ci sono contratti nazionali e quindi di fatto del tutto scollegato da questi. Anzi, rischia di essere uno strumento per scardinare definitivamente i contratti nazionali;
6 “possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio” (tramite i voucher, che oggi sono previsti per colf, baby sitter etc) “per le attività lavorative discontinue e occasionali in tutti i settori”, ampliando quindi la possibilità di lavorare senza diritti né pagamento dei contributi.

AMMORTIZZATORI SOCIALI
cassa integrazione:
1 “impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione di attività aziendale o di un ramo di essa”. Già ora, dopo la riforma Fornero, è molto complicato ottenere la cassa integrazione nei casi in cui l'azienda sia cessata o fallita. Con il Jobs act sarà semplicemente impossibile e a quei lavoratori non resterà che l'indennità di disoccupazione;
2 “semplificazione delle procedure burocratiche, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione”: significa, per esempio, possibilità di superare le procedure obbigatorie di consultazione sindacale quando l'azienda debba far ricorso agli ammortizzatori sociali;
3 “necessità di regolare l’accesso alla cassa integrazione solo a seguito di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione dell’orario di lavoro”: significa che prima di attivare la cassa integrazione, l'azienda può utilizzare tutte le ferie, i permessi, la banca ore che dovrebbero essere invece a disposizione del lavoratore e della lavoratrice;
4 “revisione dei limiti di durata, rapportati ai singoli lavoratori ed alle ore complessivamente lavorabili in un periodo di tempo prolungato”: significa che la cassa integrazione, così come l'aspi (la nuova indennità di disoccupazione introdotta dalla Fornero), avranno durata variabile, dipendente dall'anzianità di servizio dei singoli lavoratori. Si passa da una logica di tutela collettiva e universale a una tutele sempre più individuale;
5 “riduzione degli oneri contributivi ordinari e rimodulazione degli stessi tra i settori in funzione dell’utilizzo effettivo”: significa che l'indennità sarà diversa -non soltanto a seconda di ogni lavoratore -ma anche per ogni settore, con il rischio che siano penalizzati proprio quei settori che hanno avuto più bisogno di cassa integrazione;
indennità di disoccupazione:
1 “rimodulazione dell'aspi con omogeneizzazione della disciplina ai trattamenti brevi, rapportando la durata alla pregressa storia contributiva del lavoratore”: significa che la aspi sarà diversa per ogni lavoratore a seconda dei contributi versati;
2 “incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti”: è un prolungamento dell'aspi ma soltanto per quelli che hanno una lunga anzianità di servizio... forse gli esodati!

3 “estensione dell'aspi ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (…) con un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite”: significa che la possibilità di estendere l'indennità di disoccupazione ai para-subordinati, tanto propagandata, è in realtà vincolata alle risorse che verranno stanziate, quindi tutta da verificare!
4 “introduzione di massimali in relazione alla contribuzione figurativa”: l'importo dell'aspi varierà a seconda della contribuzione figurativa, quindi sarà minore per quei lavoratori e quelle lavoratrici che hanno periodi più lunghi di ammortizzatori sociali alle spalle. Se non verrà specificato diversamente, questa norma sarà penalizzante anche per i periodi di maternità e congedo parentale, quindi in larga misura per le donne;
5 “eventuale introduzione, dopo la fruizione dell'aspi, di una prestazione, eventualmente priva di copertura figurativa, limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente, con previsione di obblighi di partecipazione alle iniziative di attivazione proposte dai servizi competenti”. Non è un reddito minimo di cittadinanza, perchè spetterebbe soltanto a chi ha perso il lavoro e in ogni modo viene chiarito che questa norma verrà sperimentatasoltanto se ci saranno risorse sufficienti;
6 “eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale”;

QUANTO ALLA LEGGE DI STABILITA’  ( di cui il senatore Cociancich  snocciola soloalcuni dati  va  come sotto meglio evidenziato  l’insieme dei provvedimenti più importanti e “pesanti” )

- PERICOLO TASSE LOCALI. Le coperture? Ci sono, ha assicurato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Che però non ha potuto escludere la controindicazione dell'aumento delle tasse regionali («Può darsi»).
- TFR IN BUSTA PAGA? TASSE ORDINARIE. Nessuna riduzione fiscale per il Tfr che verrà liquidato in busta paga. Potrà essere dato mensilmente dal primo gennaio e la richiesta, se fatta, sarà irrevocabile fino al 2018. L'importo sarà assoggettato a tassazione ordinaria.
- La norma si matura nel corso dell'anno e scatterà per le retribuzioni dal primo marzo 2015 al 30 giugno 2018.
- Esclusi dalla possibilità i lavoratori pubblici, i lavoratori domestici e quelli del settore agricolo. Bisogna lavorare da almeno 6 mesi.
- STATALI, BLOCCO DEL CONTRATTO PER TUTTO IL 2015. Il blocco del contratto degli statali viene prorogato per un altro anno, fino al 31 dicembre 2015.
- Rinviato di un anno, fino al 2018, anche il pagamento dell'indennità di vacanza contrattuale e il blocco degli automatismi stipendiali per il personale non contrattualizzato.
- Magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e delle Forze di polizia e diplomatici sono esclusi dal blocco.
- TASSE SULLE RENDITE DEI FONDI PENSIONE DALL'11 AL 20%. Passa dall'11 al 20% la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione «dal periodo d'imposta 2015».
- Sui redditi derivanti dalle rivalutazioni dei fondi per il trattamento di fine rapporto la tassazione passa dall'11 al 17%.
- DAL 2016 POSSONO AUMENTARE IVA E BENZINA. La legge di Stabilità sterilizza, togliendoli, i tagli per 3 miliardi previsti alle agevolazioni fiscali già dal 2015, ma - come sorta di clausola di salvaguardia - prevede che dal 2016 possano aumentare l'Iva e le accise della benzina.
- Coinvolta anche la Pubblica amministrazione se dovesse arrivare l'ok dell'Ue.
- STOP AGLI INCENTIVI PER L'ACQUISTO DI AUTO 'VERDI'. Niente più incentivi nel 2015 per l'acquisto di auto a basse emissioni con la rottamazione di veicoli usati.
- Annullati gli stanziamenti da 45 milioni per il 2015 costituiti in un apposito fondo presso il Mise.

CLAUSOLA TAGLIA SANITÀ. Clausola 'taglia-sanità' se le Regioni non troveranno un accordo per ripartire i 4 miliardi di spending review a loro carico. La prevede la bozza della legge di Stabilità, che precisa che senza intesa, interverrà il governo «considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale».
A proposito di tagli alla sanità, visto che l’amico Rinaldi ne accenna nella sua domanda iniziale, va detto che a proposito della “obbligatorietà”  di ridurre la spesa pubblica, ciò si rivela ormai un luogo comune, anche se è dimostrato da tanti studi che gli effetti recessivi che ne conseguono sono molto più gravi di quelli derivanti da aumenti delle entrate. Tuttavia tagliare la spesa sanitaria è ancora una scelta poco popolare. Così il governo Renzi con la legge di stabilità per il 2015 si è limitato a levare 4 miliardi alle regioni (art. 35), scaricando su queste ultime la responsabilità di decidere dove tagliare. Che importa poi se la sanità rappresenta più del 70% delle uscite delle regioni, e dunque dovrà essere colpita per forza. Infatti l’art. 39 della stessa legge di stabilità, che pure recepisce le cifre di finanziamento della sanità sulle quali era stato raggiunto l’accordo tra Governo e Regioni il 10 luglio scorso (Patto per la salute 2014-2016), segnala sommessamente che tali cifre potranno essere riviste a seguito dei tagli. In questo modo viene sostanzialmente calpestato un Patto che era stato il frutto di mesi di negoziati intergovernativi, ed era stato raggiunto dopo più di un anno e mezzo dalla scadenza del precedente. Del resto, da parte centrale era stata già inserita nell’accordo, subito dopo l’indicazione dell’importo del finanziamento previsto per la sanità (112,1 miliardi per il 2015 e 115, 4 per il 2016), l’inquietante condizione “salvo ulteriori modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico”, condizione sufficiente a mettere a repentaglio la principale conquista delle regioni, ovvero l’impostazione per cui, dopo anni di tagli, “I risparmi derivanti dall’applicazione delle misure contenute nel Patto rimangono nella disponibilità delle singole regioni per finalità sanitarie” (decisione peraltro un po’ beffardamente ribadita dalla legge di stabilità).
È stato più volte sottolineato che la spesa sanitaria pubblica in Italia è più bassa di quella degli altri grandi paesi europei: solo durante la crisi la quota ha superato il 7% del PIL, collocandosi al 7,1% nel 2012, contro il 9% della Francia, l’8,6% della Germania, il 7,8% del Regno Unito; anche gli Stati Uniti - un Paese con un sistema sanitario privato costosissimo -, arrivavano all’8%, secondo dati OCSE


La Legge di Stabilità prefigura una manovra da 36 mld, come impieghi aggiuntivi. Le risorse risparmiate, assieme al maggiore deficit, saranno destinate per metà, 18 mld, a minori tasse per imprese e lavoro (Irap e decontribuzione assunzioni per le imprese, copertura 80 euro e sostegno a partite iva per i lavoratori), ed un poco alle famiglie. Viene previsto l’impiego del TFR su base volontaria, sperimentale e da metà 2015, fatto salvo l’impegno delle banche ad anticipare le cifre a fronte di certificati di garanzia dello Stato per 100 milioni. In questo caso si pone un problema costituzionale. Infatti, lo Stato non finanzierà questa misura per i dipendenti pubblici. Per finanziare l’estensione di ammortizzatori sociali sono destinati 1,5 mld, quelli annunciati nel job act. Quasi 7 mld son previsti per coprire spese prevista a legislazione vigente e 3 per eliminare le clausole di salvaguardia del governo Letta. La ricerca, la scuola e la giustizia si dovranno accontentare di poco più di 1 mld di risorse aggiuntive, cosicché si evince che la stabilizzazione dei precari (2,5 mld) avverrà in gran parte con recupero di risorse nella scuola stessa. Interventi per le aree metropolitane, Roma e Milano, e risorse per cofinanziamenti europei sommano 1,35 mld. Il residuo di 3,4 mld è il tesoretto previsto ed accantonato nel caso, presumibile, la Commissione Europea contesti la manovra e richieda almeno di ridurre il rapporto deficit/Pil di circa 0,2 punti percentuali.


La manovra economica sembra più una azzardo che il programma economico di governo. Tutto ciò comporta un rischio. Non solo si effettua una redistribuzione della domanda tra componente pubblica e componenti private, senza assicurare una domanda aggiuntiva, ma più rilevante è che si ha una sostituzione di domanda certa con domanda incerta. Il governo pubblicizza una grande azione di fiducia collettiva su famiglie e soprattutto imprese, perché ora non vi sono più scuse: “consumate ed investite a più non posso, che dal pantano usciremo solo grazie a voi”. Neppure si fa leva sulla domanda estera. Infatti, anche il modello bavarese è in crisi profonda. Tutto si gioca sul terreno della ripresa degli spiriti animali degli imprenditori affrancati da un governo che intende delegiferare su tutto e di più, dallo Sblocca Italia al Jobs Act. Dovrebbero consumare ed investire tutto ciò che hanno risparmiato e guadagnato negli anni della crisi, magari indebitandosi se necessario, banche permettendo. E le imprese dovrebbero assumere flotte di lavoratori con il discount, grazie a contributi sociali zero e licenziamento facile entro i tre anni allo scadere della promozione, garantirà il contratto a tutele progressive previsto dal jobs act.

Il governo è consapevole che la crisi che percorre il paese è profonda, lambendo la depressione. Per essere onesti l’Italia è in depressione dal 2008, gli italiani pure son depressi. Nonostante lo scenario economico accertato da tutti gli istituti internazionali, il governo rimane però fiducioso su alcune misure, e non potrebbe essere diversamente. Il pilastro delle politiche del governo è quello di stimolare gli investimenti. Senza investimenti (è il refrain di Filippo Taddei) il paese non può uscire dalla crisi. Come non essere d’accordo. Ma la domanda è: chi deve fare gli investimenti e perché investire?
Il governo non ha solo sottolineato che la spesa pubblica è inefficiente, sulla qual cosa ci si potrebbe anche lavorare, ma è pure inefficace, quindi più che inutile è dannosa perché drena risorse che il privato userebbe al meglio. Quindi se non si ri-avviano gli investimenti privati non si uscirà dalla crisi. Il punto di arrivo sono gli investimenti privati da stimolare, in quanto quelli pubblici non producono nessun effetto significativo, e se lo producono rischia di essere pure negativo.

Ma gli investimenti privati sono pesantemente condizionati dalle aspettative. Renzi parla di fiducia, che non è proprio un sinonimo, che il governo intende alimentare via riduzione del costo del lavoro, delle tasse e un incremento dei consumi; financo l’ipotesi di utilizzare il TFR rientra in questa logica. Il taglio delle spese e delle tasse produce un effetto limitato? Vero. La carta canta, soprattutto per le tasse, gli effetti espansivi son modesti; un poco più effetti elevati sono quelli per la spesa a dir il vero che è domanda certa, ma in tal caso son negativi, dato i tagli.
Ma non è questo il punto. Se lo scenario di riduzione delle tasse e del costo del lavoro è credibile, l’austerità espansiva assieme alla precarietà espansiva nel tempo darà i suoi frutti. Come interpretare, diversamente, le mirabolanti proiezioni di crescita di lungo periodo della riduzione delle tasse e delle privatizzazioni di partecipate pubbliche? Un bel problema.

Il punto della politica economica del governo, così come della Commissione Europea, è la sfiducia nel ruolo pubblico e più precisamente al pubblico come soggetto istituzionale capace di tenere in tensione la domanda effettiva. Keynes è in soffitta. La sua idea era che lo Stato intervenga per fare cose che il privato non fa, e nella crisi sono molte le cose che il privato non fa, investire ad esempio. Ma per Renzi lo Stato si deve ritirare, anche nella crisi, e lasciar fare al privato.

Nel frattempo sono sprecate risorse pubbliche che potrebbero avere ben altra destinazione, magari favorendo quei piccoli interventi di ripristino ambientale che sarebbero essenziali dato lo stato di salute del nostro territorio. Si potrebbero usare le risorse per industrializzare la ricerca pubblica e privata per aumentare la produttività del capitale investito, cioè intervenire sul punto più debole dell’industria italiana. Poi investire in conoscenza, anche nei luoghi di lavoro perché l’innovazione non è solo tecnologica ma anche organizzativa e riguarda qualità e condizioni di lavoro, flessibilità funzionale che sostiene la produttività. Ma il governo non si cura affatto di ciò; il lavoro è declinato solo in flessibilità di mercato, quella dei rapporti di lavoro “usa e getta”.

Il problema è la filosofia di fondo che guida l’azione del governo. Lo stesso jobs act è lo specchio fedele delle policy governative. Noi creiamo le condizioni per la crescita, voi dateci una mano con gli investimenti. Ma lasciare oggi la soluzione dei problemi ai cosiddetti “capitani coraggiosi” è un azzardo. Avrebbe anche un senso se avessimo un capitalismo dallo “sguardo lungo”, ma l’industria italiana da anni ha dato prova di “sguardo molto corto”.

La fiducia del governo è immensa rispetto al mercato, ma il mercato è purtroppo abitato da troppi capitani coraggiosi ben poco lungimiranti.

Non basta ridurre le tasse ed essere anche certi che queste misure siano adottate. Occorre perseguire l’obiettivo della piena occupazione, e non assumere il lavoro come mero residuo del processo di ristrutturazione per rilanciare l’offerta.

Occorre quindi un tessuto produttivo, forse anche uno civile-morale, capace di affrontare le sfide del XXI secolo e uscire dalla più grave crisi capitalistica senza demolire del tutto quel che di buono è stato costruito in questa parte del mondo nell’ultimo secolo grazie alle battaglie e e lotte democratiche del movimento dei lavoratori e della sinistra organizzata.



23 novembre 2014

Vitaliano Serra

domenica 16 novembre 2014

Considerazioni sul Jobs Act

 Considerazioni a margine della riunione PD di Bussero di ieri sera 14 novembre 2014:
- al di là del finalino un po' fuori dalle righe tra i due relatori, peraltro abbastanza giustificato dalle intemperanze prima di Carlo Lotta verso Leo Tancredi, e poi dello stesso senatore PD Roberto Cociancich, nei confronti di Onorio Rosati, consigliere regionale lombardo del PD, trascinato anch'egli dalla tensione e forse dalla stanchezza dopo una giornata molto piena e faticosa ( manifestazione FIOM/CGIL, Assemblea di solidarietà al SUNIA e al PD  per l'assalto in zona Corvetto );
 penso che:
- la serata é stata nel complesso utile ed interessante, ha fatto comprendere la vera situazione e le vere ragioni della contrapposizione in corso tra le due anime del PD;
- si é ben compreso quale é il problema centrale  irrisolto ( e a mio parere irrisolvibile in un contesto di politica economica liberista qual'é quella perseguita dall'attuale Governo a guida PD ) della proposta di Jobs Act e cioé la assoluta mancanza di risorse finanziarie a copertura del fabbisogno reale che necessiterà nel momento in cui ( cosa sulla quale siamo penso tutti d'accordo ) occorre dare un reddito minimo garantito a tutta quella massa di persone ( giovani precari in particolare ma anche a tutti gli espulsi dal ciclo produttivo, compresi gli esodati, i licenziati e i futuri licenziandi - breve nota : ci vorrebbero almeno 30 miliardi di € annui per coprire davvero tutto il fabbisogno a copertura situazioni precarie fino a crescita avvenuta del PIL  e relativa ripartenza della situazione economica e produttiva - ma qui non ci sono in campo messi dal Governo con la Legge di Stabilità che solo le risorse dell'attuale copertura di CIG 1,5 miliardi annui  + altri 2 miliardi  ( che   sono già esauriti dalla copertura della  CIG in deroga che solo per il 2013 ammonta a 1,7 miliardi di €  );
- inoltre come hanno ben evidenziato i contributi di Vito Caruso, Pietro Di Leo e Giuseppe Novello, qui si parla anche di principi e di democrazia citando a proposito sia la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Umanità dell'ONU del 1948, la Costituzione Italiana e gli esempi di gran parte dei Paesi a civiltà democratica europea, e i principi non possono essere ritenuti "roba da rottamare", perché a furia di rottamazioni ( di cui si giustifica la necessità adducendo la irragionevole "ragione" che "il mondo é cambiato e quindi dobbiamo cambiare anche il nostro approccio alla realtà " , ovviamente da costoro non viene assolutamente presa in considerazione l'idea che si possa anche mettere un freno ad una idea di mondo puramente dominata dal denaro e dal profitto - fa nulla se poi oggi a dire queste cose sia il Papa in persona -  ripensando ad un diverso approccio alla realtà per frenarne gli eccessi e ad esempio per mettere in discussione gli stessi parametri che impongono scelleratamente una logica legata alla crescita infinita del PIL  ) si rischia di rottamare la Democrazia stessa ( in quanto non consona ad un mondo sempre più veloce, e in cui le lungaggini imposte dalla partecipazione democratica e dall'informazione critica  vengano considerate troppo lunghe e contraddittorie  quindi inefficienti ) , oltre che procedere verso una catastrofe planetaria che lasceremmo, questa si in eredità, ai nostri figli e nipoti.
- quanto agli interventi dei renziani di casa nostra ( a parte Enzo Marino che ha fornito una sua lettura "blairiana" dell'azione di Governo, in cui la sinistra e i suoi principi fondanti si stemperano nella logica di poter "temperare"  il liberismo ( non il capitalismo di cui ce ne sono molte varianti  comprese  quelle di tradizione socialdemocratica ), cosa a mio parere francamente ardua se non proprio impossibile ), gli interventi di Massini e Zerbini ( stendo un velo pietoso sulle elucubrazioni di Valzasina  ), sono stati la semplice e banale espressione di un "atto di fede" nel nuovo " conducator fiorentino ", l'ennesimo uomo della  provvidenza e l'ennesima illusione ottica ( per loro che sono stati "comunisti" nel PCI del  centralismo democratico, e della sudditanza culturale alla "real politik" sovietica, a differenza del sottoscritto che invece non c'era in quel PCI e lo criticava , da sinistra, anche per quegli aspetti degenerativi e regressivi incompatibili per la democrazia ), e politica.

A chi vorrà approfondire e ne avrà la voglia ed il tempo, invio in allegati una serie di documenti  sui temi oggetto della riunione di ieri sera compresi i pdf della Legge di stabilità, e del decreto Legge sul Jobs Act.

Come sempre disponibile a confrontarmi nel merito di tutto ciò. 

Spero di farvi cosa gradita.

Fraterni saluti 
Vitaliano Serra

Andrea Fumagalli al Forum di Sbilanciamoci! 2012

venerdì 17 ottobre 2014

Insieme si può ( di Carla Erba da “La Penna ai Busseresi 2014 )

Insieme si può
( di Carla Erba da “La Penna ai Busseresi 2014 )

  1. Vorrei….  Ritornare bambina…
  2. Vorrei …..riprendermi la mia libertà
  3. Vorrei ….non lavorare più ….
  4. Vorrei ….che mio figlio lavorasse…..
  5. Vorrei ….un figlio sano……..
  6. Vorrei ….non essere più “famiglia”
  7. Vorrei … che i miei figli non si odiassero
  8. Vorrei …  non essere più mamma
  9. Vorrei …che mio padre fosse più Papà
  10. Vorrei. ...non avere più un padre
  11. Vorrei …che i miei “vecchi”non invecchiassero
  12. Vorrei …non essere più figlia
  13. Vorrei….che mio marito non mi picchiasse e non mi dicesse: tu mi devi amare
  14. Vorrei …che fosse amore…
  15. Vorrei … poter volare verso “l’altra gente”
  16. Vorrei…  arrivare a fine mese con ancora 50 euro nel portafoglio
  17. Vorrei … essere IO e non una copia
  18. Vorrei … Vorrei…..poter dire le cose che penso…
  19. Vorrei… sentirmi più nonna e meno mamma
  20. Vorrei … sentirmi chiamare mamma
  21. Vorrei … gridare il mio amore per Laura
  22. Vorrei …che la mia famiglia fosse come quella del Mulino Bianco
  23. Vorrei….avere il diritto di vivere un’altra vita
  24. Vorrei …urlare…
  25. Vorrei …piangere….
  26. Vorrei …mollare tutto …
  27. Vorrei…. cambiare il mondo …………………………..   forse si può
  28. Vorrei …un mondo d’amore                                               forse si può

Insieme si può

mercoledì 15 ottobre 2014

Racconti di paese: la lotta della Cascina Gogna di Vitaliano Serra ( “ La Penna ai Busseresi “ 3 ottobre 2014 )




I pomeriggi la domenica ci si radunava, tutti noi del Gruppo Aperto, presso il “circulin dei compagni”. Non   erano ricchi di sorprese. Ognuno di noi aveva sempre qualche proposta che veniva esaminata dal resto del gruppo. L’oratorio maschile, proponeva, su un campetto irregolare e spelacchiato, partitelle a calcio. Per le ragazze c’era solo il chiacchiericcio a bordo campo. Ovviamente il calcio per le ragazze non rappresentava una vera e propria distrazione. Se non altro potevano solo fare qualche commento sulle più o meno  prestanti qualità dei maschietti, dal fisico ancora acerbo. Così ,quella volta, la scelta di come passare il pomeriggio, cadde su un’esplorazione della Cascina Gogna che ai più pareva cadente e abbandonata. Sapevamo dalle notizie che correvano in Paese che era abitata da famiglie di “furestèe”, da qualche cane e da un nugolo di bambini. Decidemmo che, finalmente, meritava  un’ispezione adeguata, dove ogni più piccolo dettaglio non avrebbe più avuto segreti per noi. La Cascina era lì, come la vediamo oggi a quarant’anni e passa di distanza. Cadente, abbandonata, ma  ricca di “vita ai margini”: gli immigrati di allora, un’ultima ondata di famiglie dal sud, bresciani e veneti. Sapevamo che avevano redditi leggeri e precari, pigioni alte se raffrontate alla qualità degli alloggi. Nessuno si curava di loro, persino il parroco e le “pie donne” evitavano la frequentazione del luogo, dove pure esisteva un luogo di culto. La scuola poco si curava delle assenze dei bambini, che spesso erano assenti e ovviamente non erano preparati. Noi del Gruppo già usavamo proporre il doposcuola gratuito per aiutare i figli di operai che arrancavano di fronte alle nozioni di aritmetica e grammatica. Lo facevamo certi che la scuola fosse la chiave per tenere aperta la porta che permettesse ai meno fortunati di migliorare la propria condizione sociale, sfuggendo al “destino” di classe che li attendeva. Operai figli di operai.

Il primo impatto non fu proprio dei migliori, era il 30 ottobre 1972, ci guardarono con sospetto, e il nugolo di bambini risultarono quasi incontrollabili, qualche sassata accompagnò le nostre passeggiate collettive. Ma  eravamo tenaci e non ci impauriva quasi nulla, allora avevamo 20 anni “suppergiù”. Occupammo una delle molte sale a disposizione, la pulimmo, la arredammo alla meglio, con tavoli, sedie, armadietti. Organizzammo feste e incontri, aprimmo il doposcuola gratuito anche lì, il sabato e la domenica pomeriggio.

Non ci fermammo davanti alle molte “provocazioni” del sciur padrun del luogo. Arrivò perfino a rincorrerci con il suo aratro e lanciandoci dietro i cani, nel tentativo di farci desistere con le cattive dal nostro intento.  Il signore e padrone di tutte quella aree agricole e dell’intera cascina. Uomo d’altri tempi, ottocentesco, ( in verità anche oggi le cose sul tema della “proprietà” non vanno meglio e ci sarebbe da riflettere, se la riflessione di questo tipo oggi non fosse considerata arcaica, appunto, ottocentesca. Mala tempora currunt ! ) non vedeva di buon occhio il nostro operare, perché creava disturbo alla esosa quiete padronale che imponeva agli astanti. Così entrammo con i piedi nel piatto convincendo le famiglie del luogo a seguirci nella lotta per vedere tutelati i propri interessi.  Avviammo assieme una lotta per l’autoriduzione degli affitti, e per chiedere alcuni pur minimi interventi man spesso nelle coltri bagnate. La proprietà inviò gli sfratti, noi aprimmo una vertenza legale, pagandone i costi di persona, aiutati da un legale delle ACLI. Pubblicammo interventi sui giornali nazionali, l’Unità, il Giornale dei Lavoratori, il Giorno. Volantinammo in Paese ed in zona sulle condizioni di quelle famiglie, proponemmo interpellanze in Consiglio Comunale, sollecitando i partiti a prendere posizione, a fare qualcosa per limitare il disagio delle famiglie, per appoggiare la loro e la nostra  lotta, organizzammo assemblee. Con gli abitanti e soprattutto con i bambini crebbe l’empatia, l’amicizia, la stima. Ed anche il resto del Paese, le istituzioni, i cittadini, si accorsero della realtà che si viveva in quella cascina. Aumentò la solidarietà e di conseguenza l’integrazione. Quella lotta ha pagato, gli affitti non furono  pagati più così alti, gli sfratti furono gestiti finalizzandoli al passaggio da casa a casa, e da una casa non vivibile ad una casa vivibile,  e tutte quelle famiglie lasciarono finalmente la cadente Cascina Gogna per passare, attendendo la loro costruzione, da casa a casa nelle case popolari che furono costruite qualche tempo dopo. Non più ai margini invisibili di Bussero ma al centro del nuovo Paese. Con quella lotta, molti di quei bambini di allora sono pienamente diventati cittadini, come gli altri, della nostra comunità.

 


Dedicato a Silvano, Armando, Lorena, Anna, Giuseppe, GianPietro, Vladimiro, Maria Grazia,……

Tutti i limiti del Jobs Act del PD di Renzi.



Caro Gianni, appena rientrato dalla bella Toscana ( nonostante Matteo Renzi )ho ultimato di vedere i materiali del PD che hai inviato nei giorni passati e spero di fornire a te e a tutti quelli che hanno sopportazione delle mie lunghe tiritere, una mia esauriente chiarificazione di questo spinosissimo tema.
Quali sono gli effetti del provvedimento approvato nella drammatica direzione del Pd. E perché a mio parere sanciscono se ce ne fosse ancora stato bisogno la netta e drastica rottura di una concezione ancorché minimamente di sinistra ( ed intendo come sarebbe ovvio pensare di sinistra perché guidato da un ideale socialista e non meramente liberale come artificiosamente fa Fassino – quello che nel 2007 ci diceva che “non arrotoleremo le nostre bandiere" - nella sua sorprendente intervista tra i materiali di cui sopra – ma ormai non mi sorprende più nulla del PD - ) del e nel Partito che fu Democratico. E su cui invito tutti/e a riflettere con grande attenzione.
La paventata scissione tra maggioranza e minoranza del partito non si è materializzata e il documento presentato da Renzi ha potuto contare su 130 voti favorevoli contro 11 astenuti e 20 contrari. La durezza dei toni usati da esponenti del calibro di Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, i quali sono sembrati colpiti più dal metodo del segretario che non dal merito del documento presentato, ha messo in luce i tratti di uno scenario da fine corsa per coloro che si consideravano i padri nobili della socialdemocrazia italiana.
Di fronte ai loro occhi si è consumato un dibattito alla fine del quale fra un tecnicismo e qualche distinguo è stato approvato un documento che solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile discutere nella direzione di quel partito. Il rovesciamento di natura quasi antropologica operato da Renzi ha visto, tra le altre cose, l’inscrizione del diritto di licenziare (liberamente e senza perdere tempo con giudici e tribunali) tra le stelle polari del nuovo corso democratico. Si è dunque completato quel percorso dal sapore blairiano che, avviato nella seconda metà degli anni 90 dalla stessa vecchia guardia - D’Alema anzitutto - che ieri gettava strali sul segretario, ha portato all’eliminazione di qualunque residuo di cultura laburista ancora presente nel Pd.
Ma vediamo che provvedimento è uscito dalla direzione e quali sono stati i principali oggetti del contendere tra maggioranza e minoranza del Pd.
A soli due anni dal pesante intervento con cui l’ex ministro Fornero, con l’appoggio determinante del PD pre renziano, cominciò lo svuotamento, di fatto, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (rendendo il licenziamento per motivi economici parte di quella fattispecie definita dal legislatore “giusta causa” o “giustificato motivo oggettivo”) la delega nelle mani del governo prevede un ulteriore accelerazione sul piano della deregolamentazione del mercato del lavoro. L’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che andrebbe immediatamente a regime senza passare per alcuna fase sperimentale, coinciderà con l’eliminazione di qualunque possibilità di applicazione dell’articolo 18 ad eccezione dei casi di discriminazione (strumento retoricamente e sistematicamente utilizzato da chi vuole superare le regole di tutela della stabilità dei rapporti di lavoro, senza avere idea di quanto sia difficile provare la natura discriminatoria di un recesso) o di licenziamento per motivi disciplinari (rispetto ai quali il segretario intende confrontarsi con i sindacati) in cui la reintegra sarebbe ancora prevista.
In questi casi solo la perfetta ignoranza dei reali rapporti di forza tra padroni/ datori di lavoro e lavoratori, tanto più se nella miriade di piccole e medie fabbriche italiane, può non far comprendere cosa succederà ( ma succede già oggi senza la necessità di altre leggi in proposito ). Basta chiedere ai molti lavoratori di piccole aziendine ( tranne qualche solita eccezione controcorrente ) quale sia il livello dei rapporti. “Se ti va bene è così se non fuori dalle balle”. La tiritera che ai datori di lavoro dispiace licenziare è francamente più vicina alle teorie deamicisiane da “libro cuore” che alla vera e pura realtà. Vessazioni, demansionamenti senza regole, versamento dei salari un tanto al chilo, lavori extra in nero, contratti fantasma, ecc. ecc. sono la norma e risulta facilissimo mettere il proprio lavoratore indigesto nelle condizioni di dover andarsene con le proprie gambe ( nei settori dell’edilizia, dei servizi, del commercio al dettaglio, e non solo si verificano ormai quotidiani soprusi che una volta quando la sinistra e il sindacato erano forti e seppure presenti in gran parte solo nelle medie e grandi aziende anche nelle piccole fabbriche ci stavano un po’ più attenti nell’attuare ).

Con questo tipo di contratto, entro i primi 3 anni, il lavoratore potrà essere licenziato in qualsiasi momento con un indennizzo proporzionale all’anzianità di servizio, quindi con una miseria di buonuscita, e senza quindi il reintegro. E la tutela del reintegro sembra essere esclusa anche alla fine del periodo, visto che il testo, non a caso, non ne parla in modo esplicito. Su questo punto c’è stato chi, come Massimo D’Alema, in un sussulto d’orgoglio ha provato a ricordare la disparità delle forze in campo tra padroni e lavoratori ma, l’aver osato utilizzare un appellativo simile per definire gli imprenditori, gli è valso l’ennesima accusa di passatismo e di scarso contatto con l’attuale realtà del Partito che fu democratico. Cesare Damiano, presidente democratico della Commissione lavoro della Camera, ha tentato di riportare la discussione su un piano di buonsenso ricordando che la reintegra è contenuta, esattamente come in Italia, in quasi tutti gli ordinamenti giuridici europei compreso quello tedesco dove essa ha addirittura un applicazione più ampia includendo le imprese a partire dai dieci dipendenti. Ma nulla è stato recepito ( e ci mancava altro ).

La delega prevede, inoltre, una revisione della disciplina delle mansioni contenuta oggi nell’articolo 13 dello Statuto. Con questa norma si aprirebbe la strada, riportando le lancette dell’orologio indietro di più di quaranta anni, alla possibilità di demansionamento del lavoratore (con le ovvie conseguenze in termini di riduzione del salario- si perché vuoi vedere cosa succederà quando altri lavoratori nella stessa mansione prenderanno meno salario di quelli che eventualmente saranno demansionati a fare quel tipo di lavoro ) in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale. Questo punto della delega è di fatto un enorme incremento del potere ricattatorio del datore di lavoro. Tuttavia, in un mercato del lavoro come quello immaginato da Renzi dove “l’imprenditore è un lavoratore” e nessuno dovrebbe avere interesse a ricattare l’altro, tutti (quelli appartenenti al fortunato e sempre più esclusivo mondo degli occupati) saranno felici di cooperare per aumentare produttività e benessere collettivo. Si spera, ma il mondo delle meraviglie esiste solo nel paese di Crozza.

Con la revisione della disciplina dei controlli a distanza si va invece verso quel futuro fatto di tecnologia e innovazione tanto caro al Presidente del Consiglio. L’uso della tecnologia previsto dal Jobs Act, tuttavia, non sembra essere legato alla volontà di migliorare le condizioni di lavoro o di ridurre i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori come sarebbe auspicabile visti i drammatici dati sugli incidenti e le morti sul lavoro nel nostro paese. Al contrario, la delega prevede la rimodulazione della norma che oggi vieta il controllo dei lavoratori a distanza tramite videocamere o altri sistemi elettronici consentendo di fatto ai datori di lavoro di spiare a distanza i lavoratori, con evidenti ricadute etiche e disciplinari.

A proposito di ammortizzatori sociali poi occorre segnalare che la legge delega non potrà essere a costo 0 come preconizzano tutti gli interventi dell’assemblea di Area Dem di cui stiamo trattando, da Mirabelli, alla Parente, da Fiano a Fassino. La delega al di là di ribadire – come ha fatto il ministro Poletti - che per ora ci sono solo le risorse derivanti dall’abolizione della CIG in deroga con un capitolo di spesa che non supera 1,5 miliardi di euro l’anno, quando tutti sanno che ce ne vorrebbero almeno 23 di miliardi.
La parte meno indigesta e, per questo, maggiormente pubblicizzata della delega al governo prevede: l’istituzione di un sistema universale di ammortizzatori sociali, l’introduzione di un salario minimo per i lavoratori non interessati dalla contrattazione collettiva nazionale e il disboscamento della selva di contratti precari che lo stesso Partito Democratico ha contributo ad ampliare nel corso degli ultimi venti anni. Per quanto riguarda la volontà di istituire una rete di ammortizzatori sociali attraverso cui, come affermato da Renzi, “Lo Stato si occuperà di qualunque lavoratore che perda il proprio posto di lavoro”, la contraddizione con i piani di riduzione della spesa pubblica (ad oggi le risorse previste da Renzi per questo capitolo di spesa sono pari a un miliardo e mezzo di euro) e ciò che ci aspetta con l’adozione del Fiscal Compact è a dir poco macroscopica. Almeno su questo punto, vi è stata la manifestazione di una forte preoccupazione da parte della maggioranza degli intervenuti in direzione ( D’Alema su tutti ).

Relativamente alla volontà di istituire un “compenso orario minimo per il lavoro subordinato e le collaborazioni coordinate e continuative” la misura è, in linea teorica, da salutare positivamente. Tuttavia, viene chiarito sin da subito che sarà soltanto per quei settori dove non si applica il contratto nazionale e quindi, di fatto, del tutto scollegato da questi. In una fase in cui a detta di molti anche il Contratto Collettivo Nazionale è da annoverare tra le cause di tutti i malanni economici che affliggono il paese, il compenso minimo previsto dal Jobs Act rischia di essere un nuovo strumento per scardinare definitivamente gli stessi contratti nazionali.

La vaghezza della delega in merito alla riduzione delle forme contrattuali para-subordinate non dà molte certezze da questo punto di vista. In realtà, non vi è alcuna garanzia in merito all’abrogazione del tempo determinato, del contratto di somministrazione o delle forme para-subordinate più utilizzate dalle imprese che si opporrebbero immediatamente se vedessero messe a rischio quelle forme contrattuali che oggi garantiscono loro i più ampi spazi di potere e libertà.
E temo che non si fermino neppure qui, già è partita la grancassa mediatica sulle troppe assenze per malattia ( con la puntualizzazione che troppe richieste di malattia si hanno nella giornata di lunedi ) e come sempre succede in questi casi prima o poi punteranno all’abolizione della malattia in alcuni giorni per poi tentare di rivedere, in nome della produttività e della moralizzazione ( dei lavoratori ovviamente non delle corruttele padronali ), il tutto ovviamente per tutelare i giovani e dargli un futuro ( si da schiavi ).

Quel che colpisce, per concludere, è che gli stessi che oggi si stracciano le vesti, hanno contribuito alla costruzione di quella malintesa cultura liberal in virtù della quale si sancisce l’uguaglianza tra diseguali o, se si preferisce, si garantisce la tanto cara “eguaglianza delle opportunità” e della “meritocrazia” a chi parte con dotazioni iniziali distanti anni luce.