domenica 22 marzo 2015
sabato 21 marzo 2015
giovedì 19 marzo 2015
domenica 15 marzo 2015
Coalizione Sociale di Stefano Rodotà
Coalizione Sociale
di Stefano Rodotà • 15-Mar-15 ( La Repubblica )
Il risveglio della politica
Entrata nell'uso, l'espressione "coalizione sociale" è stata ieri ufficializzata da Maurizio Landini. Come, e perché, si cerca una nuova forma dell'azione politica collettiva? Negli ultimi tempi si è delineato un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l'unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l'impresa. Versione casereccia della ben nota affermazione di Margaret Thatcher secondo la quale la società non esiste, esistono solo gli individui. Individui atomizzati separati tra loro: ieri, considerati "carne da sondaggio", oggi sbrigativamente ridotti a carne da tweet o da slide.
Spingendo un po' più in là questa analisi, non è arbitrario registrare un ritorno a quello che Massimo Severo Giannini, nella sua ricostruzione delle vicende storiche italiane, aveva definito uno "Stato monoclasse", oggi dominato dalla dimensione economica e dalla riduzione del governo a " governance". Stato e società si separano? Quale che sia la risposta, è nei fatti un distacco profondo dei cittadini da partiti e istituzioni, testimoniato dal crescere e consolidarsi dell'astensione elettorale.
Ma la società non scompare, né accetta la delegittimazione indotta dall'indirizzo politico del governo. Esprime pulsioni che ridisegnano il sistema dei partiti in senso populista o di democrazia plebiscitaria. Al tempo stesso, però, manifesta forme di organizzazione e di azione ben diverse, reagisce alla messa in opera di meccanismi di esclusione come quelli fondati sulla riduzione dei diritti e comincia così a colmare quel deficit di rappresentanza che investe la società nel suo insieme, e che viene aggravato dall'insieme delle riforme costituzionali e elettorali attualmente in discussione.
Proprio la questione della rappresentanza ci avvicina al cuore del problema. Quando si dice che vi è una folla di cittadini che non è o non si sente rappresentata, in realtà si constata che dalla discussione pubblica e dalla decisione politica sono assenti non tanto interessi specifici, quanto piuttosto riferimenti forti a principi fondativi. Una ricognizione paziente in questa direzione porta ad individuare i nessi che legano i grandi principi costituzionali alla concretezza dei temi che sono davanti a noi: tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.
Sono principi e temi di sinistra? A quella storia certamente appartengono, e la rinnovata attenzione per la società finisce così con il fare corpo conia necessità di garantire non una qualsiasi sopravvivenza ad una astratta identità di sinistra, ma a quell'insieme di principi ormai sbiaditi o abbandonati nella pratica di governo non solo italiana. Ma, ci si chiede, esiste un'area a sinistra del Pd dove potrebbe insediarsi una nuova forza politica? Il limite di questa impostazione sta nel riportare ogni questione all'interno del funzionamento del sistema dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo partito.
Proprio la possibilità di un'altra politica viene oggi descritta parlando di una coalizione sociale — Espressione che può avere diversi significati, ma che oggi individua un progetto concreto di collaborazione organizzata di molti soggetti attivi nella società, legati ai principi appena ricordati. Si parla di Libera e della Fiom, di Emergency e dei Comitati per l'acqua pubblica e i beni comuni, di Libertà e Giustizia, delle reti degli studenti, dei gruppi attivi sul tema del reddito di cittadinanza e altri ancora.
Mettere in comune queste esperienze, senza pretese di unificazioni artificiali, significa creare una massa critica politicamente rilevante, con capacità di attrazione, odi confronto, anche verso altre iniziative sociali su su un terreno distinto da quello dei partiti, prigionieri di logiche personalistiche e oligarchiche. E saremmo di fronte ad una discontinuità importante anche rispetto ai tentativi perdenti affidati ad improvvisate liste elettorali o a scimmiottature di esperienze straniere..
La fretta, la subordinazione alle occasioni elettorali, costituiscono la vera insidia sulla via della costruzione della coalizione sociale. Una riunione dei diversi soggetti prima ricordati, e non solo, dovrebbe definire le modalità di lavoro comune e i temi sui quali impegnarsi con azioni concrete, sorrette da un rinnovamento culturale. Solo dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership.
Ma si dice che una vera coalizione sociale può nascere solo da una mobilitazione che crei un soggetto storico del cambiamento che abbia lo stesso ruolo che borghesia e classe operaia hanno avuto nella modernità. Si guarda allora alle nuove classi "esplosive" dei precari, migranti, occupanti, indignati, lavoro dipendente, ceto medio impoverito. Riferimenti significativi, ma che ancora non indicano la via verso un nuovo soggetto storico e, comunque, non possono destituire di significato altre forme di coalizione sociale.
Altri, invece, partono dall'attualità più stringente e spostano l'attenzione dalla coalizione sociale alla creazione di un soggetto unico della sinistra. Questione non nuova, conia quale si sono cimentati tanti spezzoni della sinistra con esiti finora insignificanti. L'ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per Rifondazione comunista; l'appartenenza, per Sel e la variegata galassia delle minoranze del Pd. Una situazione che si trascina da tempo, che non può pretendere il monopolio delle iniziative a sinistra e che, anzi, potrebbe avvantaggiarsi da una discontinuità che obbligherebbe ad abbandonare gli schemi attuali. La coalizione sociale può essere proprio questo. Un risveglio, un benefico ritorno e di una politica forte e organizzata.
sabato 14 marzo 2015
PER LA COALIZIONE SOCIALE
Landini parte con Emergency e Libera
di MATTEO PUCCIARELLI 14 Marzo 2015
7
Luce in fondo al tunnel? «Il capo della Fiom raduna movimenti per la “Coalizione sociale” di opposizione a Renzi. Coinvolti Libertà e Giustizia, Arci, centri sociali e associazioni di studenti. Aut aut a Sel e Rifondazione: partiti fuori». La Repubblica, 14 marzo 2015
Seduti al tavolo di Maurizio Landini oggi a Roma ci saranno gli altri due soggetti che insieme alla Fiom si preparano a sorreggere l’esperimento della “Coalizione sociale” anti-Renzi: Emergency e Libera. Con loro, pezzi di Arci, Libertà e Giustizia, sigle studentesche come Rete della Conoscenza e Uds e poi il mondo dei centri sociali, quelli meno radicali. Ma non i partiti come Sel o Prc; su quelli c’è quasi il veto, tanto che ad alcune delle associazioni che parteciperanno al vertice è stato fatto notare che le strade sono due: o si sta nel “campo” delle formazioni politiche oppure si sceglie la via del sindacato delle tute blu. La convocazione è arrivata con una lettera firmata da Landini in cui si legge che «la politica non è proprietà privata ». Per questo serve «promuovere la partecipazione», «superando il frazionamento».
Dall’antimafia ai precari, dagli operai al volontariato. Sono mondi diversi tra loro, uniti dalla mancanza di un referente politico di peso. L’idea è dare il via a un cantiere che sul medio termine (unodue anni di gestazione) punti a diventare un soggetto politico. Per ora ci si limita ad essere “l’associazione delle associazioni”. Landini si muove con i piedi di piombo, teme molto di bruciarsi. «Prima di ogni cosa occorre ricreare un terreno favorevole, anche come mobilitazione e movimento» ripetono gli uomini più vicini a lui. Giorni fa Gino Strada, parlando ai delegati sindacali via telefono dal Sierra Leone, è stato chiaro: «Per un polo di aggregazione impegnato su diritti, pace e uguaglianza io ci sono, per quel che posso fare». E anche il legame personale del sindacalista emiliano con il fondatore di Libera don Luigi Ciotti — che ha presentato una proposta di legge per il reddito minimo, allargando quindi la propria sfera di interesse — è ben saldo.
La “Coalizione sociale” — ragionano in Corso Trieste — avrebbe un’autorevolezza che per certi versi le sigle della sinistra radicale non hanno più. L’assenza di Landini alla Human Factor di Sel a Milano è stata vissuta male da Nichi Vendola. Mentre poche settimane fa Stefano Rodotà, intellettuale vicino al leader dei metalmeccanico, in un’intervista su Micro-Mega definì quei partiti «zavorre ».
Seduti al tavolo di Maurizio Landini oggi a Roma ci saranno gli altri due soggetti che insieme alla Fiom si preparano a sorreggere l’esperimento della “Coalizione sociale” anti-Renzi: Emergency e Libera. Con loro, pezzi di Arci, Libertà e Giustizia, sigle studentesche come Rete della Conoscenza e Uds e poi il mondo dei centri sociali, quelli meno radicali. Ma non i partiti come Sel o Prc; su quelli c’è quasi il veto, tanto che ad alcune delle associazioni che parteciperanno al vertice è stato fatto notare che le strade sono due: o si sta nel “campo” delle formazioni politiche oppure si sceglie la via del sindacato delle tute blu. La convocazione è arrivata con una lettera firmata da Landini in cui si legge che «la politica non è proprietà privata ». Per questo serve «promuovere la partecipazione», «superando il frazionamento».
Dall’antimafia ai precari, dagli operai al volontariato. Sono mondi diversi tra loro, uniti dalla mancanza di un referente politico di peso. L’idea è dare il via a un cantiere che sul medio termine (unodue anni di gestazione) punti a diventare un soggetto politico. Per ora ci si limita ad essere “l’associazione delle associazioni”. Landini si muove con i piedi di piombo, teme molto di bruciarsi. «Prima di ogni cosa occorre ricreare un terreno favorevole, anche come mobilitazione e movimento» ripetono gli uomini più vicini a lui. Giorni fa Gino Strada, parlando ai delegati sindacali via telefono dal Sierra Leone, è stato chiaro: «Per un polo di aggregazione impegnato su diritti, pace e uguaglianza io ci sono, per quel che posso fare». E anche il legame personale del sindacalista emiliano con il fondatore di Libera don Luigi Ciotti — che ha presentato una proposta di legge per il reddito minimo, allargando quindi la propria sfera di interesse — è ben saldo.
La “Coalizione sociale” — ragionano in Corso Trieste — avrebbe un’autorevolezza che per certi versi le sigle della sinistra radicale non hanno più. L’assenza di Landini alla Human Factor di Sel a Milano è stata vissuta male da Nichi Vendola. Mentre poche settimane fa Stefano Rodotà, intellettuale vicino al leader dei metalmeccanico, in un’intervista su Micro-Mega definì quei partiti «zavorre ».
I riferimenti sono più che altro europei. In ottobre, al comizio di chiusura del festival dei giovani di Syriza ad Atene, erano in tre sul palco: il padrone di casa Alexis Tsipras, il leader degli spagnoli di Podemos Pablo Iglesias e proprio Landini. Non a caso il segretario della Fiom ha in testa una via di mezzo tra i due esperimenti vincenti della sinistra radicale europea: coniugando il mutualismo dei greci con l’idea molto “indignados” di imporsi nel dibattito bypassando i partiti. La riflessione parte da un dato di fatto: nei paesi europei a suo tempo denominati “Pigs”, complice la crisi che ha impoverito molti, si stanno aprendo insperate praterie a sinistra. Italia a parte.
Copiare modelli stranieri è impossibile ma importare alcune pratiche e discorsi sì. E difatti il linguaggio di Landini è cambiato molto negli ultimi mesi. Il continuo riferimento alla necessità di «unire i soggetti che il governo (o “il neoliberismo”) ha diviso», è una frase-chiave del sindacalista ma pure un must di Tsipras. Così come nel concetto di ambire alla “maggioranza” — cioè conquistare il consenso andando oltre il bacino della sinistra radicale, oltre ai confini della fabbrica — si intravedono le parole e il piglio di Iglesias.
Ora la prima vera tappa è la manifestazione del 28 marzo a Roma. C’è solo una possibile variante al disegno di Landini. Cioè il sogno, mai abbandonato, di guidare un giorno tutta la Cgil.
Ora la prima vera tappa è la manifestazione del 28 marzo a Roma. C’è solo una possibile variante al disegno di Landini. Cioè il sogno, mai abbandonato, di guidare un giorno tutta la Cgil.
LUCIO MAGRI, CORPO A CORPO CON LA DEMOCRAZIA di Luciana Castellina
Lucio Magri, corpo a corpo con la democrazia
di LUCIANA CASTELLINA 12 Marzo 2015
10
«E però: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Il sarto, perché poi alla fine l’uomo ha volato. Ecco, diceva Lucio, per ora il comunismo si è schiantato, ma alla fine volerà. Noi continuiamo a provarci». La relazione (Luciana Castellina) e una cronaca (Daniela Preziosi) della presentazione degli atti parlamentari di un leader molto rimpianto. Il manifesto, 12 marzo 2015
Nella prefazione a questi due volumi [vedi riferimenti in calce] Stefano Rodotà scrive che Lucio Magri è stato uno dei protagonisti di questa stagione parlamentare di fine secolo. Una «bella stagione», aggiunge Rodotà, e debbo dire che la rilettura di questi testi suscita nostalgia: perché non solo nel caso di Lucio, ma per tutti in quell’epoca, ogni intervento alla Camera rappresentava un impegno, una riflessione, un esercizio di alto livello. Per questo, del resto, quegli interventi possono essere pubblicati dopo tanti anni.
Protagonista, dunque ma assai anomalo, perché all’inizio, nella legislatura ’76-’79, parte di un gruppo di appena sei deputati su 630 e segretario di un partito, il Pdup, che in quella coalizione elettorale – denominata Democrazia Proletaria – di deputati ne aveva solo tre. E però era in rappresentanza della sola opposizione, come si diceva allora, quando ancora si facevano distinzioni, “dell’arco democratico”.
Nel suo primo discorso parlamentare Lucio si era infatti trovato nella paradossale condizione di dover negare la fiducia a un governo sostenuto da una maggioranza quasi totale: il governo delle larghe intese dell’on. Andreotti. Anche questo dettaglio credo stia ad indicare (ed è bene ricordarlo in un momento in cui proprio di legge elettorale si sta discutendo) quanto importante sia il pluralismo parlamentare, una rappresentanza che esprima davvero tutte le anime del paese.
Che non bloccò affatto l’istituzione, ma consentì anzi inediti e stimolanti intrecci, penso innanzitutto al dialogo che si sviluppò fra il nostro attuale presidente della Repubblica — che davvero ringrazio per la sua presenza — e Magri, in occasione della assai conflittuale ridefinizione, nel 1993, della legge elettorale.
È una buona cosa rileggere gli atti parlamentari ed è una buona cosa che la Biblioteca della Camera sia impegnata a renderlo possibile con le sue pubblicazioni: perché si tratta della testimonianza più autentica e diretta di un periodo storico, e debbo dire che anche io, che pure ho vissuto da parlamentare quegli anni ’76-’99, rileggendo questi volumi sono stata aiutata ad approfondire la riflessione su quella stagione. Che ha peraltro rappresentato un passaggio epocale per il nostro paese, non a caso definito “passaggio dalla prima alla seconda Repubblica”.
Il terreno della politica si è ormai a tal punto ridotto, come una pelle di zigrino, sì da diventare un esercizio passivo in cui ci si limita ad interrogare il cittadino perché dica «mi piace o non mi piace» a quanto proposto da un vertice, come si trattasse di facebook. E infatti di solito si dice «I like it, Idon’t».
Se la democrazia è solo questa sporadica consultazione, e non invece uno spazio deliberativo che ti rende partecipe e soggetto della costruzione di una società ogni volta innovativa, perché mai un giovane dovrebbe appassionarsi?
Il declino dei grandi partiti politici di massa ha lasciato un vuoto che dai tempi in cui Lucio ne denunciava i sintomi è diventato un oceano. Non li ricostruiremo tali quali erano (e anche loro, del resto, avevano non pochi difetti). Ma è importante tornare a riflettere sul senso della politica, — che non è ricerca di consenso, ma costruzione di senso — così come con questi discorsi, pur pronunciati in Parlamento e non a scuola, Magri ci spingeva a fare, per recuperare la politica, che poi è ricerca della propria identità nel rapporto con gli altri umani e non arroccamento sul proprio io nell’illusione di potersi salvare da soli.
Se non dovessimo riuscire a far capire quanto la lentezza della condivisione, — che è propria della democrazia – sia più preziosa della fretta, solo apparentemente più efficiente, del decisionismo, non ce la faremo nemmeno a far rivivere una vera Sinistra. Per questo sono davvero contenta — e con me tutti i compagni del Pdup — della sollecitazione che da questi testi ci viene per riflettere sull’oggi. E per aiutarci a discuterne con i più giovani.
La lucidità anticipatrice di Magri su questo come su altri temi — che è certamente stata una delle sue più significative caratteristiche — ha avuto una particolare incisività perché lui non era un profeta, un intellettuale separato.
In occasione della sua scomparsa, Perry Anderson, uno dei fondatori della autorevole New Left Review, ha scritto: «Lucio Magri non ha avuto uguali nel panorama della sinistra europea. È stato l’unico intellettuale rivoluzionario in grado di pensare in sintonia con i movimenti di massa, sviluppatisi durante il corso della sua vita. La sua riflessione teorica si è radicata realmente nell’azione, o nella mancanza d’azione, degli sfruttati e degli oppressi».
La ricerca, alla fine quasi ossessiva, del nesso fra teoria e militanza ha finito per essergli fatale. Nel 2004 Magri decise di porre fine alla nuova “Rivista” de il manifesto che era rinata nel 1999 sotto la sua direzione. Era una bella rivista. Ma Lucio non si rassegnava al fatto che mancassero i referenti sociali, non voleva essere solo un intellettuale che scriveva senza la verifica dell’azione politica. E poiché non vedeva nell’immediato le condizioni perché interlocutori consistenti si presentassero e che il dibattito politico in atto si sbriciolava in quisquilie, decise di cessare le pubblicazioni.
Furono motivazioni analoghe che lo condussero alla sua tragica decisione finale. «Non dico che la sinistra non rinascerà — ripeteva — ma ci vorranno molti anni e io sarò comunque già morto. Così come è il dibattito non mi interessa». Ma non era tuttavia pessimista nel lungo periodo. Come del resto prova il titolo del suo libro Il sarto di Ulm — oggi tradotto in Inghilterra, Germania, Spagna, Brasile, Argentina — titolo tratto da un apologo di Bertolt Brecht. Al sarto, che pretendeva che l’uomo poteva volare, — stufo dell’insistenza — il vescovo-principe di Ulm finisce per dire: «Vai sul campanile e buttati, vediamo se è vero quanto dici». Il sarto va e salta, e naturalmente si sfracella.
E però: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Il sarto, perché poi alla fine l’uomo ha volato. Ecco, diceva Lucio, per ora il comunismo si è schiantato, ma alla fine volerà. Noi continuiamo a provarci
QUELLA LUCIDA DIFESA DEL MATTARELLUM
LEGGERE MAGRI NELL’ITALIA RENZIANA DEL 2015
CORPO A CORPO CON LA DEMOCRAZIA
di Luciana Castellina
Nella prefazione a questi due volumi [vedi riferimenti in calce] Stefano Rodotà scrive che Lucio Magri è stato uno dei protagonisti di questa stagione parlamentare di fine secolo. Una «bella stagione», aggiunge Rodotà, e debbo dire che la rilettura di questi testi suscita nostalgia: perché non solo nel caso di Lucio, ma per tutti in quell’epoca, ogni intervento alla Camera rappresentava un impegno, una riflessione, un esercizio di alto livello. Per questo, del resto, quegli interventi possono essere pubblicati dopo tanti anni.
Protagonista, dunque ma assai anomalo, perché all’inizio, nella legislatura ’76-’79, parte di un gruppo di appena sei deputati su 630 e segretario di un partito, il Pdup, che in quella coalizione elettorale – denominata Democrazia Proletaria – di deputati ne aveva solo tre. E però era in rappresentanza della sola opposizione, come si diceva allora, quando ancora si facevano distinzioni, “dell’arco democratico”.
Nel suo primo discorso parlamentare Lucio si era infatti trovato nella paradossale condizione di dover negare la fiducia a un governo sostenuto da una maggioranza quasi totale: il governo delle larghe intese dell’on. Andreotti. Anche questo dettaglio credo stia ad indicare (ed è bene ricordarlo in un momento in cui proprio di legge elettorale si sta discutendo) quanto importante sia il pluralismo parlamentare, una rappresentanza che esprima davvero tutte le anime del paese.
Che non bloccò affatto l’istituzione, ma consentì anzi inediti e stimolanti intrecci, penso innanzitutto al dialogo che si sviluppò fra il nostro attuale presidente della Repubblica — che davvero ringrazio per la sua presenza — e Magri, in occasione della assai conflittuale ridefinizione, nel 1993, della legge elettorale.
È una buona cosa rileggere gli atti parlamentari ed è una buona cosa che la Biblioteca della Camera sia impegnata a renderlo possibile con le sue pubblicazioni: perché si tratta della testimonianza più autentica e diretta di un periodo storico, e debbo dire che anche io, che pure ho vissuto da parlamentare quegli anni ’76-’99, rileggendo questi volumi sono stata aiutata ad approfondire la riflessione su quella stagione. Che ha peraltro rappresentato un passaggio epocale per il nostro paese, non a caso definito “passaggio dalla prima alla seconda Repubblica”.
Tuttavia, più che ritornare a quella stagione vorrei cogliere quanto di tuttora estremamente attuale ho trovato in questi discorsi di Lucio Magri. E soffermarmi soprattutto sul tema della crisi della democrazia, che a me sembra essere oggi il tema più preoccupante. Lucio ne avverte la drammaticità già allora e denuncia i rischi — con quello che Rodotà ha definito «impietoso realismo» — della deriva dell’antipolitica oggi diventata così macroscopica.
Non un lamento impotente, ma la critica concreta all’autoreferenzialismo crescente dei partiti, alla loro incapacità di intendere quanto andava emergendo nella società attraverso i movimenti e indicando dunque la necessità non, come troppo spesso ora si fa, di offrire un’espressione diretta ad una indeterminata società civile sacralizzata e però frantumata e fatalmente subalterna alla cultura dominante, bensì un impegno a costruire quella che egli definiva «democrazia organizzata».
Non solo partiti chiusi in se stessi più rappresentanza delegata, ma anche una rete di organismi capaci di andar oltre la mera protesta e impegnati a imparare a gestire direttamente funzioni essenziali della società, così da ridurre via via la distanza fra governanti e governati (che poi è la base più salda della democrazia). E così colmare il solco che drammaticamente separa il cittadino dalle istituzioni.
Non a caso il Pdup fu un punto di riferimento per la crescita di queste reti che ebbero, — negli anni 70 — una particolare fioritura. Penso ai Consigli di fabbrica, a quelli di Zona, a movimenti come Medicina Democratica o Psichiatria, o nati attorno alle grandi questioni dell’assetto urbano e sociale.
Non un lamento impotente, ma la critica concreta all’autoreferenzialismo crescente dei partiti, alla loro incapacità di intendere quanto andava emergendo nella società attraverso i movimenti e indicando dunque la necessità non, come troppo spesso ora si fa, di offrire un’espressione diretta ad una indeterminata società civile sacralizzata e però frantumata e fatalmente subalterna alla cultura dominante, bensì un impegno a costruire quella che egli definiva «democrazia organizzata».
Non solo partiti chiusi in se stessi più rappresentanza delegata, ma anche una rete di organismi capaci di andar oltre la mera protesta e impegnati a imparare a gestire direttamente funzioni essenziali della società, così da ridurre via via la distanza fra governanti e governati (che poi è la base più salda della democrazia). E così colmare il solco che drammaticamente separa il cittadino dalle istituzioni.
Non a caso il Pdup fu un punto di riferimento per la crescita di queste reti che ebbero, — negli anni 70 — una particolare fioritura. Penso ai Consigli di fabbrica, a quelli di Zona, a movimenti come Medicina Democratica o Psichiatria, o nati attorno alle grandi questioni dell’assetto urbano e sociale.
Io non me la sento di accusare le nostre giovani generazioni per il loro disinteresse alla politica, per la polemica contro la “casta” che fatalmente sfocia nel disinteresse anche per la stessa democrazia, o di questa assume una visione assolutamente riduttiva: un insieme di diritti e di garanzie individuali, non lo spazio su cui si salda ed opera una collettività.
Il terreno della politica si è ormai a tal punto ridotto, come una pelle di zigrino, sì da diventare un esercizio passivo in cui ci si limita ad interrogare il cittadino perché dica «mi piace o non mi piace» a quanto proposto da un vertice, come si trattasse di facebook. E infatti di solito si dice «I like it, Idon’t».
Se la democrazia è solo questa sporadica consultazione, e non invece uno spazio deliberativo che ti rende partecipe e soggetto della costruzione di una società ogni volta innovativa, perché mai un giovane dovrebbe appassionarsi?
Il declino dei grandi partiti politici di massa ha lasciato un vuoto che dai tempi in cui Lucio ne denunciava i sintomi è diventato un oceano. Non li ricostruiremo tali quali erano (e anche loro, del resto, avevano non pochi difetti). Ma è importante tornare a riflettere sul senso della politica, — che non è ricerca di consenso, ma costruzione di senso — così come con questi discorsi, pur pronunciati in Parlamento e non a scuola, Magri ci spingeva a fare, per recuperare la politica, che poi è ricerca della propria identità nel rapporto con gli altri umani e non arroccamento sul proprio io nell’illusione di potersi salvare da soli.
Se non dovessimo riuscire a far capire quanto la lentezza della condivisione, — che è propria della democrazia – sia più preziosa della fretta, solo apparentemente più efficiente, del decisionismo, non ce la faremo nemmeno a far rivivere una vera Sinistra. Per questo sono davvero contenta — e con me tutti i compagni del Pdup — della sollecitazione che da questi testi ci viene per riflettere sull’oggi. E per aiutarci a discuterne con i più giovani.
La lucidità anticipatrice di Magri su questo come su altri temi — che è certamente stata una delle sue più significative caratteristiche — ha avuto una particolare incisività perché lui non era un profeta, un intellettuale separato.
In occasione della sua scomparsa, Perry Anderson, uno dei fondatori della autorevole New Left Review, ha scritto: «Lucio Magri non ha avuto uguali nel panorama della sinistra europea. È stato l’unico intellettuale rivoluzionario in grado di pensare in sintonia con i movimenti di massa, sviluppatisi durante il corso della sua vita. La sua riflessione teorica si è radicata realmente nell’azione, o nella mancanza d’azione, degli sfruttati e degli oppressi».
La ricerca, alla fine quasi ossessiva, del nesso fra teoria e militanza ha finito per essergli fatale. Nel 2004 Magri decise di porre fine alla nuova “Rivista” de il manifesto che era rinata nel 1999 sotto la sua direzione. Era una bella rivista. Ma Lucio non si rassegnava al fatto che mancassero i referenti sociali, non voleva essere solo un intellettuale che scriveva senza la verifica dell’azione politica. E poiché non vedeva nell’immediato le condizioni perché interlocutori consistenti si presentassero e che il dibattito politico in atto si sbriciolava in quisquilie, decise di cessare le pubblicazioni.
Furono motivazioni analoghe che lo condussero alla sua tragica decisione finale. «Non dico che la sinistra non rinascerà — ripeteva — ma ci vorranno molti anni e io sarò comunque già morto. Così come è il dibattito non mi interessa». Ma non era tuttavia pessimista nel lungo periodo. Come del resto prova il titolo del suo libro Il sarto di Ulm — oggi tradotto in Inghilterra, Germania, Spagna, Brasile, Argentina — titolo tratto da un apologo di Bertolt Brecht. Al sarto, che pretendeva che l’uomo poteva volare, — stufo dell’insistenza — il vescovo-principe di Ulm finisce per dire: «Vai sul campanile e buttati, vediamo se è vero quanto dici». Il sarto va e salta, e naturalmente si sfracella.
E però: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Il sarto, perché poi alla fine l’uomo ha volato. Ecco, diceva Lucio, per ora il comunismo si è schiantato, ma alla fine volerà. Noi continuiamo a provarci
QUELLA LUCIDA DIFESA DEL MATTARELLUM
LEGGERE MAGRI NELL’ITALIA RENZIANA DEL 2015
di Daniela Preziosi
C’è una ragione, forse una in particolare, che ha portato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri mattina nella Sala della Regina di Montecitorio all’affollata presentazione dei due volumi sull’attività parlamentare di Lucio Magri, fondatore de il manifesto poi del Pdup poi ancora fra i protagonisti della prima Rifondazione comunista, deputato dal 1976 al 1994, scomparso per sua volontà non ancora ottantenne il 28 novembre 2011. A raccontarla, questa ragione, in parte a rivelarla, è «l’amico di una vita» Famiano Crucianelli, con Luciana Castellina e Aldo Garzia curatore del libro Alla ricerca di un altro comunismo (2012) con articoli e interventi dello stesso Magri. «Io conosco la storia e so qual era il rapporto fra l’allora onorevole Mattarella e Magri».
La «storia» ha a che vedere con legge elettorale che porta il nome del Presidente, alla quale Magri «prestò una forte attenzione e che fu fertile terreno comune con l’onorevole Mattarella». Il deputato comunista fece parte del gruppo ristretto che discusse intensamente del testo. Un corpo a corpo su una legge difficile da scrivere, a valle del referendum maggioritario votato a furor di popolo qualche mese prima.
Poi la difese in aula con realismo: «Questa intesa avrebbe potuto essere migliore, ma con questi rapporti di forza e questo pulviscolo di interessi in campo e sotto la pressione di un’opinione pubblica appassionata ma male informata sarebbe stato difficile fare meglio», disse. Magri, ricostruisce Crucianelli (anche lui all’epoca deputato Prc, poi con Magri uscì dal partito con i ’comunisti unitari’), «si trovò come sempre a discutere su due fronti: quello di una parte consistente del gruppo dirigente di Rifondazione comunista che come una litania riproponeva il proporzionale, con una straordinaria rimozione della realtà; e quello molto più potente del Pds, dei sostenitori dell’ipermaggioritario che intendevano cancellare il sistema dei partiti.
La legge Mattarella rappresentava il punto più avanzato: per un verso accettava il verdetto del referendum e per l’altro teneva aperto con quel 25 per cento di proporzionale la possibilità di ridare un senso generale ai partiti e a un tessuto democratico che vive nella partecipazione dei soggetti organizzati». Avercela oggi, quella legge, al posto dell’incipiente Italicum.
Già da questo brano si capisce che la sala strapiena non è una riunione di reduci accorsi a omaggiare la famiglia e a rimpiangere i tempi andati. C’è, sì, la comunità dei «compagni del Pdup», la breve ma feconda esperienza del ’partito d’unità proletaria per il comunismo’, del manifesto e delle cinquanta sfumature della sinistra di ieri e di oggi, da Nichi Vendola e tutto il gruppo di Sel a Fausto Bertinotti, da Luciano Pettinari a Paolo Guerrini a Lucio Manisco a Franco Giordano, al giornalista Valentino Parlato; il costituzionalista Gianni Ferrara, gli ex sottosegretari Vincenzo Vita e Alfonso Gianni, l’ex europarlamentare Roberto Musacchio; fino a Stefano Fassina, Roberto Speranza, Nico Stumpo e Valeria Fedeli (Pd); ma anche ai cattolici ex dc Gerardo Bianco e Nicola Mancino (dalla Dc proveniva Magri, iscritto al Pci nel ’57 prima essere radiato nel ’69), il già socialista poi Fi oggi Ncd Fabrizio Cicchitto.
Il ragionamento che si sviluppa negli interventi (Laura Boldrini, Gianni Melilla, Paolo Fontanelli, Bianco, Castellina, Crucianelli) a partire dai discorsi del deputato Magri sulla rappresentanza e sulla «democrazia organizzata» (lui, autore di un saggio su «parlamento o consigli» — i soviet — in risposta a Pietro Ingrao sul manifesto del 1970, così definisce quella che ora con formula fessa si chiama ’società civile’) parla dell’oggi. Coglie già «l’avvio della deriva oligarchica», sottolinea nella prefazione dei volumi il costituzionalista Stefano Rodotà. La presidente Boldrini, padrona di casa, riflette invece su ’quel parlamento’: nel ventennio 76–94 «c’era una curiosità per le opinioni diverse, oggi alla Camera non sempre accade». Si intuisce il riferimento alle polemiche degli ultimi giorni.
A leggere Magri di fine anni 80 si incrocia l’Italia del 2015. Magri «indignato con il nuovismo che caratterizza lo scioglimento del Pci», non perché «non innovatore» ma perché «considerava un grave errore politico la retorica di un nuovo senza radici e senza futuro» (Crucianelli). Il bersaglio di ieri è il «nuovismo» occhettiano; ma le parole non calzano bene per «la rottamazione» renziana?
A leggere Magri di fine anni 80 si incrocia l’Italia del 2015. Magri «indignato con il nuovismo che caratterizza lo scioglimento del Pci», non perché «non innovatore» ma perché «considerava un grave errore politico la retorica di un nuovo senza radici e senza futuro» (Crucianelli). Il bersaglio di ieri è il «nuovismo» occhettiano; ma le parole non calzano bene per «la rottamazione» renziana?
A leggere Magri del ’93 si incontra il tormento della sinistra di governo: «L’unica strada percorribile è quella non dell’improvvisa scomparsa dei partiti politici ma delle graduali e progressive coalizioni fra gli stessi con piattaforme programmatiche definite». E cosa c’è di più attuale e più coevo della crisi di rappresentanza della sinistra? «Magri rappresenta un punto di vista, una parte certo di minoranza», dice Melilla, già Pdup-manifesto oggi deputato di Sel, «ma non fu mai minoritario. Amava una frase di Teresa di Lisieux: ’so che niente dipende da me, ma parlo e agisco come se tutto dipendesse da me’».
Presentazione dei volumi
“Lucio Magri – Attività parlamentare”
“Lucio Magri – Attività parlamentare”
Mercoledì 11 marzo, alle ore 11, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, sono stati presentati i volumi “Lucio Magri — Attività parlamentare”.
Ha aperto l’appuntamento il saluto della Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini.
Sono intervenuti Paolo Fontanelli, Questore della Camera, Gianni Melilla, Segretario di Presidenza della Camera, Gerardo Bianco, Luciana Castellina, Famiano Crucianelli.
Presente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Guarda il video sul sito della Camera.
Iscriviti a:
Post (Atom)

