sabato 14 marzo 2015
giovedì 5 febbraio 2015
lunedì 2 febbraio 2015
Marino Badiale: Caino for President
Caino for President
di Marino Badiale
Nell'inserto economico del “Fatto Quotidiano” di mercoledì 21 gennaio c'è una intervista a Franco Bernabè, ex presidente telecom, che potete trovare qui. C'è un passaggio interessante dovuto al fatto che l'intervistatore (Giorgio Meletti) ha uno sprazzo di lucidità, insolito nella categoria dei giornalisti, e riesce a chiarire il senso delle parole dell'intervistato. Il passaggio è il seguente:
“F.Bernabè. L'unica cosa che si può e si deve fare è liberare le energie per la creazione di nuove iniziative. La tecnologia ha fatto sì che oggi le soglie di accesso alla creazione di un'impresa si sono molto abbassate. Le opportunità ci sono, anche in Italia, bisogna mettere i giovani in condizione di coglierle.
G.Meletti. Ma l'idea che tutti i giovani debbano farsi la start up non è un po' come dire loro: arrangiatevi? E se uno per caso non è creativo, non ha l'idea geniale, o semplicemente non vuol vivere con il coltello della competizione tra i denti, deve morire di fame?
FB. L'economista americano Tyler Cowen ha scritto recentemente un libro intitolato Average is over, che letteralmente significa “la media è finita”. Significa che non c'è più spazio per galleggiare, il mondo è diventato terribilmente competitivo per il semplice fatto che in pochi anni la cosiddetta globalizzazione ha messo 500 milioni di europei in gara con tre miliardi di cinesi e indiani. E adesso sta esplodendo l'economia africana. È così, oggi chi non è creativo e competitivo starà molto peggio di chi non lo era trent'anni fa.
GM. Una classe dirigente che dice al popolo che viene diretto “scusate, è andata male, ognuno per sé e Dio per tutti” non è un grande spettacolo.
FB. Sta accadendo così in tutti i Paesi dell'Occidente.”
Come dicevo, l'intervistatore ha colto esattamente il contenuto reale della retorica di Bernabè traducendola nel semplice invito, da parte delle classi dirigenti, ad arrangiarsi. Bernabè tergiversa, cita un economista americano, che fa sempre cool, ma alla fine, con un po' di giri di parole, conferma che la sostanza della situazione è questa.
A me sembra che si tratti di uno scambio che ci dice davvero molto, sulle nostre classi dirigenti. Ci mostra una notevole mescolanza di lucidità e follia. La lucidità sta, naturalmente, nel descrivere in maniera corretta la situazione, che è proprio quella che emerge dalle parole di Bernabè. Possiamo aggiungere che ormai davvero nessuno nasconde più nulla, tutto è chiaro. La follia sta nel pensare che una situazione del genere possa essere stabile. Si può pensare che stia in piedi uno Stato, una comunità, un gruppo umano di un qualsiasi tipo, sulla base del principio “ognuno pensa per sé”? Sulla negazione di ogni solidarietà, di ogni condivisione? È noto che “sono forse io il custode di mio fratello?” è la risposta di Caino al Signore che lo interroga sulla sorte di Abele (Genesi, 4, 9), e il racconto biblico sembra suggerirci che, sulla base dei principi di Caino e Bernabè, un gruppo umano (in questo caso, la prima famiglia) si scontra rapidamente con problemi piuttosto gravi.
I gruppi dirigenti dei paesi occidentali stanno distruggendo, direi senza rendersene troppo conto, le basi stesse della convivenza civile. Si tratta di un processo che finirà per travolgere, alla fine, anche il loro potere. Purtroppo, prima di questo, travolgerà le nostre società, le nostre famiglie, le nostre vite.
Pasquale Cicalese: E se fosse la Cina lo scudo dell'Italia
E se fosse la Cina lo scudo dell'Italia?
di Pasquale Cicalese ( dal sito Sinistra in rete.it )
Lo stesso giorno della dichiarazione del Governatore della Banca Centrale Cinese partiva l’operazione QE di Draghi che sanciva la definitiva annessione alla Germania e il commissariamento dell’Italia da parte della Trojka, con il fine ultimo tedesco di abbattere del tutto l’economia produttiva italiana, concorrente a quella tedesca, e prendersi l’oro di Bankitalia una volta che gli spread schizzeranno in alto provocando la crisi e la disgregazione dell’euro, con la probabile uscita tedesca, una volta completata la strategia di distruzione dell’Europa iniziata con il Piano Werner del 1972.
Il lato debole di tale strategia è però la sua domanda interna e i troppi fronti imperialisti aperti per far piacere gli Usa, dai Balcani alla Russia. Le mire egemoniche e di grandezza dei tedeschi, per la terza volta, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, si scontrano con i troppi fronti aperti.
E non considera che ci possono essere altri soggetti in campo. Tre anni fa la cinese Cosco acquisiva il porto ateniese del Pireo. A dicembre di quest’anno, Li Keqiang, visitando i Balcani, offriva un finanziamento per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità Pireo-Belgrado-Budapest ed inoltre informava della volontà cinese ad investire in quest’area massicciamente offrendo sbocchi di mercato alle loro imprese. Il 24 gennaio MilanoFinanza informava che la Cina aveva aumentato l’import di petrolio russo da 36 a 50 milioni di tonnellate nel 2014. A Davos la delegazione cinese informava che con il crollo del prezzo del petrolio nel 2015 risparmieranno 100 miliardi di dollari, che saranno utilizzati nel commercio di materie prime con la Russia. Il 22 gennaio il sito del Quotidiano del Popolo dava la notizia che era stato approvato il progetto di linea ad alta velocità di 7 mila kilometri Pechino-Mosca, passando per il Kazachstan, un investimento del valore di circa 242 miliardi di dollari. Nel giro di 7 mesi tra Mosca e Pechino sono stati siglati accordi per complessivi 1400 miliardi di dollari, tra gas, petrolio, partecipazioni azionarie, armamenti e investimenti infrastrutturali. Tutto trading in rubli e yuan. La potenza eurasiatica è nata. Essa si incontrerà nei prossimi decenni con la potenza talassocratica mediterranea, di cui Grecia e Italia sono centri nevralgici, non a caso affossati dai tedeschi.
Per capirlo è meglio tornare indietro. Da dove viene questa potenza finanziaria cinese? Dal 1979 al 2008 con le riforme di Deng in Cina viene attuato una fase di ”accumulazione primaria” che costringe l’immenso serbatoio della forza lavoro di quel Paese a risparmiare il 40% del proprio reddito per far fronte ad ogni evenienza, dalla sanità alla previdenza. Non solo: l’entrata nel Wto fa esplodere il surplus commerciale e le riserve valutarie, fino a 3880 miliardi di dollari. Nel 2008, in piena crisi atlantica, avviene la svolta. Con la riforma del lavoro si passa dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo, si dà diritti di cittadinanza ai migranti, si inaugura la politica di reflazione salariale, si costruisce un primo sistema di Welfare, si investe massicciamente sull’infrastrutturazione del Paese, in particolare dell’Ovest. Nel 2014 avviene un’altra svolta, la “Nuova normalità”. Si decide di rinunciare ad una crescita inarrestabile per ammodernare la struttura economica. Nell’autunno del 2014 si decide la fusione delle principali aziende di Stato con conseguente Offerta Pubblica di Vendita e quotazioni azionarie. Da 120 passeranno a 50, saranno tutte quotate a Shanghai con programmi di acquisizioni di imprese all’estero. Le aziende miste e quelle private vengono invitate a quotarsi, si crea la connessione con la borsa di Hong Kong e l’apertura finanziaria. Da qui a due anni non meno di mille società cinesi verranno quotate. Questa misura, così come la concentrazione delle imprese, costituiscono controtendenze alla caduta del saggio di profitto. Giocano cioè sia sulla massa di profitto che sul saggio di profitto, il tutto indirizzato a costruire un solido mercato finanziario, in modo che l’enorme risparmio privato si indirizzi su Shanghai e non su piazze estere, magari Wall Street e le borse europee, di un caro pazzesco e con evidenti sintomi di bolla. Così come il “Go Global” lanciato tre anni fa dal governatore della banca centrale cinese è anch’esso una controtendenza primordiale. Con queste premesse la potenza finanziaria cinese, prima timidamente, poi con più forza entra nel mercato mondiale.
E veniamo a noi. 23 gennaio: lo yuan, senza che nessun media italiano lo dica, raggiunge il record storico sull’euro a 6,98, da 11,5 che era 4 anni fa. Una rivalutazione monetaria pari al 42%. I cinesi non si preoccupano e fanno sapere che l’aumento della domanda estera europea, conseguente alla caduta sul dollaro, fa aumentare l’export cinese nell’eurozona visto che molte imprese cinesi sono legate a rapporti di fornitura con le imprese europee. Non dicono altro. Ma chi vuole intendere, intenda. Tradotto: fate pure, è l’ora del Go Global in Europa. La dichiarazione del governatore della banca centrale cinese Zhou Xiachouan è come se fosse una chiamata alle armi al sistema industriale e finanziario cinese. Solo nel 2014, quando l’euro era sul dollaro a 1,38, la People’s Bank of China acquisiva partecipazioni superiori al 2%, tale per cui è obbligata a comunicarla alla Consob, in Telecom, Fiat, Saipem, Eni, Enel, Generali, Mediobanca e Prysmian. Il valore delle azioni è pari a 6,5 miliardi di euro. Ipotizzando acquisti di obbligazioni private pari a 10 miliardi di euro, il valore dei titoli di stato italiani detenuti dalla sola banca centrale cinese è pari a più di 80 miliardi di euro. Dal Bollettino Economico di Bankitalia di questo mese, sappiamo che il totale del debito pubblico italiano detenuto da operatori esteri è circa 680 miliardi di euro. I cinesi, come si dice dalle mie parti, “su comu ‘na pigna”, si muovono cioè all’unisono. Quindi, considerando anche i colossi bancari pubblici, le assicurazioni e il fondo sovrano cinese, è probabile che circa il 20% del debito pubblico italiano detenuto da operatori esteri sia in mano della Cina. Folli? Intanto ci sono da fare alcune considerazioni. I tedeschi, per innescare la crisi del debito sovrano italiano, hanno smobilizzato titoli del nostro paese nel 2011 pari a circa 110 miliardi di euro. I cinesi, al contrario, in questo stesso periodo acquisivano, diventando attori pieni della stabilizzazione dei debito pubblico italiano e contribuendo a far scendere lo spread. Mentre altri provocavano la crisi, e sarebbero i nostri “fratelli europei”, per la qual cosa abbiamo fatto prima l’Ue e poi l’Unione Monetaria, i cinesi contribuivano a non renderla definitivamente tragica. Hanno cioè mantenuto la solvibilità del debito pubblico italiano e continueranno a farlo nei prossimi anni, viste le dichiarazioni di Zhou Xiaochuan a Davos. Ma questo i media italiani non lo dicono, dando un’immagine della Cina come minaccia e non come, realmente avvenuto, un partner affidabile, salvo cambiare idea quando i governanti italiani si precipitano a Pechino chiedendo aiuto.
Il 2015 potrebbe significare la svolta cinese in Italia: dai toni allarmati dei media italiani si ricava che tanti investitori, pubblici e privati, bancari e industriali, viaggiano nella rotta Pechino-Malpensa ad acquisire aziende, partecipazioni e quote azionarie di aziende italiane o direttamente ad investire in Italia. Non diranno mai, al momento, lo scopo, si rivelano dopo tanti anni, ma per capirlo è il caso di ritornare a quanto detto prima: la potenza eurasiatica si incontra con la potenza talassocratica mediterranea, lungo la Via della Seta marittima, annunciata ad ottobre del 2014 da Xi Jinping, e l’Italia è il terminale di questo percorso, assieme alla Grecia. Un solo dato: il 16 gennaio Milano Finanza informava che attualmente il percorso marittimo Asia-Europa coinvolge 14,5 milioni di teu (contenitori) contro 6,2 milioni del percorso inverso. Ma si calcola che nel giro di soli 5 anni il percorso Europa-Asia passerà da 6,2 a 15 milioni di teu, raddoppia cioè. E cosa raddoppia, allora? L’export europeo verso l’Asia. I tedeschi si vogliono prendere l’intera torta distruggendo definitivamente l’apparato produttivo italiano, con la benedizione dei governanti di Roma e del loro sodale a Francoforte, Mario Draghi, veri e propri collaborazionisti dell’imperialismo tedesco e della sua logica di sterminio. Ma, ripeto, i fronti aperti dai tedeschi, sono ormai troppi. La chiave di volta sarà, se succederà, il raffreddamento dei rapporti tra Pechino e Berlino. E succederà solo quando la dirigenza cinese capirà che i tedeschi sono l’avamposto degli americani in Europa e nell’Eurasia. Il fronte ucraino è probabile che stia facendo aprire gli occhi. La volontà di Zhou Xiaochuan di continuare ad investire in Italia vuole dire che nella partita entra un terzo soggetto, dopo americani e tedeschi. Si farà vivo solo con lo scoppio dell’asset inflation a Wall Street. Non ci vuole tantissimo tempo. E, comunque, loro decidono per i decenni futuri, mica per il prossimo meeting dell’Eurogruppo o per la convention della Leopolda. Continuiamo, dunque, a leggere fango sulla Repubblica Popolare dagli stessi che incensano il banchiere che sta a Francoforte. Assorbiamoci l’elogio del Job Act e della deflazione competitiva nel mentre perdiamo sempre più capacità produttiva e non si fanno investimenti da decenni, contando magari che i cinesi producano sempre le stesse cose di trent’anni fa. Sognano. Nel frattempo osserviamo le mosse degli altri, di chi investe veramente e che ti fanno capire che in Europa c’è una guerra di capitali e l’Italia, grazie ai nostri collaborazionisti, l’ha persa, ma che purtuttavia questo è un posto strategico. Il volo Pechino-Malpensa ti induce comunque a pensare che una resistenza sia possibile. E magari ad esso si aggiungerà, chissà quando, il volo Mosca-Roma, sempre che da quelle parti inizino a costruire un solido apparato industriale, distrutto nel decennio infame novanta. Pare che l’abbiano capito, per questo gli fanno la guerra.
venerdì 9 gennaio 2015
LETTERE CONTRO LA GUERRA - Tiziano Terzani
Tiziano Terzani – Lettere contro la guerra
“Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più”.
E l’11 settembre 2001, con tutto il suo devastante orrore, per Tiziano Terzani poteva rappresentare una buona occasione per riflettere: “Tutto il mondo aveva visto. Tutto il mondo avrebbe capito. L’uomo avrebbe preso coscienza, si sarebbe svegliato per ripensare il tutto: i rapporti fra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi fra uomo e uomo”. Ma quello che successe dopo, la battaglia mediatica, quel dividere il mondo tra Bene e Male, Luce e Tenebre, i Giusti solo da una parte, ci stava portando lontano: “L’11 settembre era stata l’occasione di svegliare ed aizzare il cane che è in ognuno di noi. Il punto centrale della risposta della Oriana era non solo di negare le ragioni del nemico, ma di negargli la sua umanità, il che è il segreto della disumanità di tutte le guerre”.
Già dalle prime pagine di “Lettere contro la guerra” si comprende come Terzani abbia voluto rispondere all’intolleranza e all’ipocrisia che hanno seguito l’ecatombe di New York, rispondendo anche provocatoriamente a quanto scritto dalla Fallaci, ricordandole che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali, perché niente nella storia umana è semplice da spiegare. E anche l’attacco alle Torri Gemelle è il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti, non un semplicistico “attacco alla libertà e alla democrazia occidentale”.
Le lettere di Tiziano, da Orsigna, Firenze, Peshawar, Kabul, Delhi e dall’Himalaya, sono scritte da un cronista che ha viaggiato per tutta la vita, che ha sempre creduto nella non-violenza come unica possibile via d’uscita dall’odio; un libro che parla di pace e di ipocrisie storiche, che smuove i nostri pensieri con un viaggio che ci fa incontrare Einstein, Freud, Gandhi ma anche lo stesso preambolo della costituzione dell’UNESCO: “Le guerre cominciano nella mente degli uomini ed è nella mente degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace”.
Chiudo il libro e ne osservo la copertina: la foto ritrae Terzani con la sua lunga barba bianca e i sandali ai piedi, mentre cammina tra le macerie di Kabul… Tiziano ci ha lasciato poco fa. Rileggere i suoi libri è un po’ come sentirlo ancora vicino, e io amo pensarlo di nuovo in viaggio, lui, spirito libero, lontano da ogni condizionamento, pellegrino di pace, anima nel mondo. Con i suoi libri, con le toccanti testimonianze che ci ha generosamente lasciato, e la sua grande personalità. Uno straordinario invito a riflettere sul nostro passato e sul nostro futuro.
“Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità… Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi. È il momento di uscire allo scoperto; è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi. (…) Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza, facciamo ognuno qualcosa. Nessun altro può farlo per noi”.
E l’11 settembre 2001, con tutto il suo devastante orrore, per Tiziano Terzani poteva rappresentare una buona occasione per riflettere: “Tutto il mondo aveva visto. Tutto il mondo avrebbe capito. L’uomo avrebbe preso coscienza, si sarebbe svegliato per ripensare il tutto: i rapporti fra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi fra uomo e uomo”. Ma quello che successe dopo, la battaglia mediatica, quel dividere il mondo tra Bene e Male, Luce e Tenebre, i Giusti solo da una parte, ci stava portando lontano: “L’11 settembre era stata l’occasione di svegliare ed aizzare il cane che è in ognuno di noi. Il punto centrale della risposta della Oriana era non solo di negare le ragioni del nemico, ma di negargli la sua umanità, il che è il segreto della disumanità di tutte le guerre”.
Già dalle prime pagine di “Lettere contro la guerra” si comprende come Terzani abbia voluto rispondere all’intolleranza e all’ipocrisia che hanno seguito l’ecatombe di New York, rispondendo anche provocatoriamente a quanto scritto dalla Fallaci, ricordandole che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali, perché niente nella storia umana è semplice da spiegare. E anche l’attacco alle Torri Gemelle è il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti, non un semplicistico “attacco alla libertà e alla democrazia occidentale”.
Le lettere di Tiziano, da Orsigna, Firenze, Peshawar, Kabul, Delhi e dall’Himalaya, sono scritte da un cronista che ha viaggiato per tutta la vita, che ha sempre creduto nella non-violenza come unica possibile via d’uscita dall’odio; un libro che parla di pace e di ipocrisie storiche, che smuove i nostri pensieri con un viaggio che ci fa incontrare Einstein, Freud, Gandhi ma anche lo stesso preambolo della costituzione dell’UNESCO: “Le guerre cominciano nella mente degli uomini ed è nella mente degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace”.
Chiudo il libro e ne osservo la copertina: la foto ritrae Terzani con la sua lunga barba bianca e i sandali ai piedi, mentre cammina tra le macerie di Kabul… Tiziano ci ha lasciato poco fa. Rileggere i suoi libri è un po’ come sentirlo ancora vicino, e io amo pensarlo di nuovo in viaggio, lui, spirito libero, lontano da ogni condizionamento, pellegrino di pace, anima nel mondo. Con i suoi libri, con le toccanti testimonianze che ci ha generosamente lasciato, e la sua grande personalità. Uno straordinario invito a riflettere sul nostro passato e sul nostro futuro.
“Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità… Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi. È il momento di uscire allo scoperto; è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi. (…) Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza, facciamo ognuno qualcosa. Nessun altro può farlo per noi”.
Il pollo di Trilussa e la crisi europea di Andrea Baranes
Il pollo di Trilussa e la crisi europea
di Andrea Baranes
di Andrea Baranes
Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
Trilussa – La Statistica
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
Trilussa – La Statistica
Ci incamminiamo lungo il pendio di una collina. Poco a poco prendiamo velocità. L’unico modo per rimanere in piedi è iniziare a correre più veloce, e più corriamo veloce più dobbiamo accelerare. Se non vediamo la fine della discesa, prima ci buttiamo per terra e meno ci facciamo male.
Il PIL del mondo cresce del 2 – 3% l’anno. La finanza pretende profitti in doppia cifra. Abbiamo un problema. La cosa potrebbe essere accettabile se la finanza trascinasse con sé l’economia reale e la ricchezza di tutti. Potrebbe essere economicamente sostenibile se la finanza fosse di dimensioni limitate rispetto all’economia. Nessuna di queste due ipotesi è vera. Le possibilità per il sistema finanziario di garantire i tassi di profitto necessari al proprio sostentamento sono solamente due. Incrementare ulteriormente il trasferimento di risorse dall’economia reale, o creare delle gigantesche bolle speculative.
In entrambi i casi, continuare a correre sempre più veloce lungo una discesa sempre più ripida.
In entrambi i casi, continuare a correre sempre più veloce lungo una discesa sempre più ripida.
Allo scoppio della crisi, nel 2007, si sono succedute roboanti dichiarazioni sulla fine della finanza-casinò, su severe misure di regolamentazione da introdurre al più presto, sull’introduzione di controlli stringenti.
A distanza di più di quattro anni non è stato fatto praticamente nulla. Anzi. Il mercato dei derivati segna nuovi record, la speculazione viaggia a pieno ritmo, i paradisi fiscali fioriscono, i banchieri di Wall Street e della City si gratificano con bonus miliardari.
La mancata regolamentazione non è unicamente una questione di ingiustizia sociale. Di fatto una buona parte del mondo finanziario si trova oggi in una situazione simile a quella pre-crisi: stessi volumi (anzi, ancora maggiori) di titoli rischiosissimi, stessa assoluta mancanza di trasparenza, stessa corsa esasperata verso il massimo profitto fine a sé stesso a qualunque costo, stessa probabilità di un tracollo
A distanza di più di quattro anni non è stato fatto praticamente nulla. Anzi. Il mercato dei derivati segna nuovi record, la speculazione viaggia a pieno ritmo, i paradisi fiscali fioriscono, i banchieri di Wall Street e della City si gratificano con bonus miliardari.
La mancata regolamentazione non è unicamente una questione di ingiustizia sociale. Di fatto una buona parte del mondo finanziario si trova oggi in una situazione simile a quella pre-crisi: stessi volumi (anzi, ancora maggiori) di titoli rischiosissimi, stessa assoluta mancanza di trasparenza, stessa corsa esasperata verso il massimo profitto fine a sé stesso a qualunque costo, stessa probabilità di un tracollo
Un dato per capire meglio. Diversi dei maggiori gruppi bancari del mondo continuano ancora oggi a lavorare con delle leve finanziarie anche di 40 o 50 a 1. Cosa significa una leva di 50 a 1? Significa che ho 1 solo euro mio, 49 li chiedo in prestito e i 50 così ottenuti me li vado a giocare al casinò, sperando di guadagnare abbastanza per restituire il prestito e i suoi interessi. Ma cosa succede se perdo anche solo 2 euro sui 50 che ho giocato? Succede che non solo finisco i miei soldi, ma non posso nemmeno restituire i
prestiti contratti. Succede da una parte che sono insolvente, dall’altra che il mio comportamento contagia e causa delle perdite anche chi mi ha prestato i 49 euro. Magari tra i creditori c’è anche un’altra banca che ha anche lei una leva finanziaria di 50 a 1, e che se non rientra di un prestito anche relativamente piccolo rischia di andare essa stessa in enormi difficoltà, e via con un effetto domino.
prestiti contratti. Succede da una parte che sono insolvente, dall’altra che il mio comportamento contagia e causa delle perdite anche chi mi ha prestato i 49 euro. Magari tra i creditori c’è anche un’altra banca che ha anche lei una leva finanziaria di 50 a 1, e che se non rientra di un prestito anche relativamente piccolo rischia di andare essa stessa in enormi difficoltà, e via con un effetto domino.
In un altro post pubblicato qui avevamo illustrato non uno ma dieci motivi che ci portavano a dire che quella che viene dipinta come una crisi dei debiti sovrani dei PIIGS europei sia in massima parte ancora una crisi bancaria e finanziaria. E che se nel 2007 alcune banche erano too big to fail, troppo grandi per essere lasciate fallire, oggi è il sistema finanziario nel suo insieme a essere too big to save, semplicemente troppo grande perché i governi – già in difficoltà – possano salvarlo.
Le banche si sono lanciate lungo il pendio della collina, correndo sempre più veloci. Nella corsa hanno travolto Stati, lavoratori e cittadini. Ora siamo noi a rotolare. Ma questo è stato appena sufficiente per rallentare per un momento la corsa del sistema finanziario, che ha ripreso più veloce di prima sopra le nostre teste. Tradotto, una montagna di debiti che vale decine di volte l’economia reale e che deve essere rifinanziata a tassi di interesse più alti del tasso di crescita della stessa economia. Una gigantesca bolla che tutti noi dobbiamo alimentare.
In ultima analisi, i tagli al welfare e alle spese sociali, la mercificazione dei beni comuni, l’austerità e gli interessi crescenti sul debito pubblico sono il nostro (inconsapevole e forzoso) tentativo di tenere in piedi questo sistema finanziario. Se la ricchezza totale è quella e qualcuno se la divora tutta continuando ad avere fame, qualcun altro deve digiunare. La media è di un pollo a testa, ma come insegna Trilussa qualcuno rimane a stomaco vuoto. E per non fare arrabbiare chi continua a mangiare entrambi i polli oggi ci chiedono anche di stringere la cinghia.
E’ questo il cuore del problema. Possiamo discutere dell’attuale assetto europeo, persino dei vantaggi e svantaggi di un’eventuale uscita dall’euro. Ma sarebbe come discutere se è meglio avere in tavola polli, tacchini o quaglie. Non cambia molto finché qualcuno continua a spazzolare tutto e ad avere sempre più fame.
Analogamente si possono contestare i piani di austerità e proporre misure keynesiane di intervento pubblico per rilanciare l’economia. Al di là di quale modello economico e quale sistema produttivo vogliamo mettere in piedi (interventi pubblici per i cacciabombardieri o per l’efficienza energetica?), interventi di stimolo dell’economia significano che in tavola avremo tre polli invece di due, la media sarà di 1,5 polli a testa, tutti e tre finiranno nelle fauci della speculazione e noi saremo più indebitati e affamati di prima.
Analogamente si possono contestare i piani di austerità e proporre misure keynesiane di intervento pubblico per rilanciare l’economia. Al di là di quale modello economico e quale sistema produttivo vogliamo mettere in piedi (interventi pubblici per i cacciabombardieri o per l’efficienza energetica?), interventi di stimolo dell’economia significano che in tavola avremo tre polli invece di due, la media sarà di 1,5 polli a testa, tutti e tre finiranno nelle fauci della speculazione e noi saremo più indebitati e affamati di prima.
Parlare di definanziarizzazione significa semplicemente pensare che è ora che la media di un pollo a testa corrisponda a un pollo a testa. Anzi, è ora che sia la finanza-casinò a stare un po’ a digiuno.
sabato 3 gennaio 2015
A PROPOSITO DEL TTIP
Ho atteso qualche tempo prima di
affrontare il tema, sia per la necessità di informarmi con cognizione di causa
e senza pregiudizi,sia per la concomitanza con le festività natalizie. Ho
seguito con attenzione l’evolversi dello scambio di mail tra Gianni Marcatili
che ha di fatto avviato la discussione, sia i contributi di Bianca Zanin, sia
ovviamente quelli di Paolo Cova..
Non starò quindi qui a rifare la
tiritera su cos’è il Ttip. Ora, e sottolineo ora , una serie di notizie
sono finalmente giunte ai più, dopo che oggettivamente per oltre 1 anno e forse
più tale tematica veniva discussa e valutata in “gran segreto” solo da uno
sparuto gruppo di “tecnici” americani ed europei, lo dimostra il fatto
incontestabile che il primo e forse unico documento sull’argomento diffuso dalla
Commissione Europea su pressione di centinaia di associazioni ambientaliste,
dei consumatori, dei sindacati a livello internazionale sia americani che europei, sia da una
sentenza della Corte di Giustizia Europea che richiamava ad una maggiore
trasparenza, e da un articolo pubblicato da Le Monde Diplomatique, data il 9 ottobre 2014 quando la
trattativa, sollecitata dalle multinazionali americane, si è aperta ufficialmente nei primi mesi del
2013, ma è stata preceduta da una lunghissima preparazione diplomatica durata almeno 10 anni.
Già questo pone dei seri dubbi
sulle intenzioni “vere” dell’iniziativa, che viene “venduta ufficialmente” come
“ accordo commerciale e per gli investimenti” con l’obiettivo dichiarato di “
aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli USA realizzando il
potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove
opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante
un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo
le basi per norme globali”.
Messa così sembrerebbe la ennesima grande indifferibile opportunità per
uscire dalla crisi del capitalismo occidentale e creare le condizioni per una
nuovo periodo di crescita globale e di benessere per tutti.
La realtà è lungi dall’essere
così benemerita e sarebbe qui sufficiente segnalare ( cosa peraltro ben
evidenziata da uno dei contributi inviatici da Bianca Zanin ) quanto scritto appunto su Le Monde
Diplomatique da Lori Wallach ( director of Public Citizen's Global Trade Watch. A Harvard-trained lawyer, Wallach has promoted
the public interest regarding globalization and international commercial
agreements in every forum: Congress and foreign parliaments, the courts,
government agencies, and the media ):
” Secondo il calendario
ufficiale, i negoziati non dovrebbero concludersi che entro due anni ( ndr. entro
il 2015 ). Il Ttip unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi
in passato. Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali
avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti.
Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si
applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero
essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari. Ciò
riprodurrebbe in Europa lo spirito e le modalità del suo modello asiatico,
l’Accordo di partenariato transpacifico (Trans-pacific partnership, Tpp),
attualmente in corso di adozione in dodici paesi dopo essere stato fortemente
promosso dagli ambienti d’affari.
Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune.”
Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune.”
E inoltre:
“Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in
giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la
diminuzione dei loro profitti? Si può concepire il fatto che queste possano
reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto
da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale
troppo rigorosa? Per quanto inverosimile possa apparire, questo scenario non
risale a ieri. Esso compariva già a chiare lettere nel progetto di accordo
multilaterale sugli investimenti (Mai) negoziato segretamente tra il 1995 e il
1997 dai ventinove stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo
sviluppo economico (Ocse) “.
Ebbene, al di là della
piccata “irritazione ed amara ironia” colta nelle mail dell’amico Paolo Cova
che reputo francamente fuori luogo in quanto evidenziano un po’ di sindrome da
assedio che coglie oggi una buona parte dei nostri rappresentanti PD in Parlamento ( ndr. la stessa cosa ho
personalmente potuto sperimentare in altri incontri avuti anche su temi diversi
da parte di altri senatori o deputati ) che li porta a valutare con meno
serenità del necessario le critiche che vengono portate all’operato
dell’attuale governo intravedendo in ciascuna di esse il segno del pregiudizio
e dell’antipolitica. All’amico Paolo vorrei solo far notare che la sua news,
che leggo sempre volentieri, la n° 81 del 23 novembre 2014 affermava :
“Dall’America meno contraffazioni
In settimana, alla Camera, abbiamo approvato le mozioni
relative all’accordo di partenariato per il commercio e gli investimenti tra
Unione europea e Stati Uniti d’America noto come Transatlantic trade and
investment partnership (Ttip). Nei testi la Camera impegna il Governo ad agire,
in particolare nella fase del semestre italiano di Presidenza del Consiglio
dell’Unione europea, affinché siano concretamente valorizzate le previsioni
delle Direttive di negoziato sul partenariato circa l’impegno della Commissione
europea a sviluppare, nel corso della trattativa, un dialogo regolare con tutte
le parti interessate della società civile per consentire un avanzamento dei
rapporti rispetto all’impostazione del mandato originario. È un modo, un po’
burocratese, per dire che Europa e America devono migliorare l’accordo di
scambio. E in che senso è presto detto: prima di tutto sul fronte della
sicurezza alimentare.
Anzi, su quest’ultimo punto, il Ministro delle Politiche
agricole, Maurizio Martina, in audizione alla Camera, ha assicurato che
l’accordo non comporterà alcuna riduzione della sicurezza alimentare di cui
godono oggi i cittadini europei per facilitare le imprese o favorire
l’arricchimento delle multinazionali, in quanto tutte le garanzie verranno
mantenute e semmai migliorate. Il mandato prevede espressamente il diritto
delle parti di valutare e gestire il rischio. In sostanza, è sancito il diritto
di precauzione, affinché nel mercato europeo non entrino prodotti a rischio,
come, ad esempio, la carne con gli ormoni o il pollo trattato con la clorina.
Nella mozione proposta
dal Pd sul tema, il Governo viene impegnato a riaffermare la necessità per il
settore alimentare del riconoscimento delle indicazioni geografiche e del
contrasto dell’italian sounding, favorendo semmai le nostre piccole e medie
imprese.”
Come si vede dei buoni
propositi giunti alla “informativa pubblica” con 1 anno e mezzo di
ritardo. Ovviamente non per colpa di
Paolo Cova e certamente neppure del Ministro Martina.
Resta il fatto però che
seppure siano stati, io dico positivamente, approvati alcune “mozioni” relative
a tale accordo, le dichiarazioni ufficiali del Presidente Renzi, e del
rappresentante italiano alla trattativa il viceministro per lo Sviluppo
Economico, Carlo Calenda vanno in tutt’altra direzione. Proprio negli stessi
giorni dell’invio della neglette di Paolo Cova, e quindi successivamente alle
mozioni di cui si accenna in quella neglette,
“apprendiamo dal Financial Times, attraverso un articolo
che ha ottenuto un certo rilievo sul quotidiano (Oliver C., Donnan S.,
Europe-US trade talks delay upset Italy, www.ft.com, 23 novembre 2014 ), che l’Italia ha di recente suonato il campanello
d’allarme sull’insufficiente ritmo delle trattative e che essa è piuttosto
contrariata dai ritardi. Il rappresentante italiano, Carlo Calenda, tra l’altro
anche sottosegretario per lo sviluppo economico del nostro governo, ha
dichiarato, come riporta l’organo della City di qualche giorno fa, tutta la sua
impazienza al riguardo ed il timore che anche la data del dicembre 2015 si presenti
come un traguardo difficile da rispettare. Calenda paventa in particolare che,
se si va avanti con le trattative oltre la fine di tale anno l’opposizione da parte dei partiti
“anticapitalistici ed antiamericani”, nonché di molte organizzazioni non-governative,
diventino anche più forti. I suoi timori si estendono anche all’eventualità che
poi si entri in periodo elettorale, almeno negli Stati Uniti, e che le
discussioni si trascinino così sino al 2017 ed anche oltre. Naturalmente
Calenda appare d’accordo, per quanto riguarda lui e il suo governo, nel
lasciare il trattato sostanzialmente come è, comprese le clausole sulla
risoluzione delle dispute, anche se riconosce, bontà sua, che qualche
concessione al centro- sinistra tedesco bisognerà forse farla. La linea
italiana appare così nella sostanza simile a quella manifestata anche di
recente da David Cameron, peraltro in odore di uscita dall’UE”.
Ciò detto resta da
capire se, quando e soprattutto come tale accordo verrà posto in essere.
Io credo come la
quasi totalità dell’associazionismo, dei sindacati, dei movimenti dei
consumatori ,sottolineo sia europei che americani , che occorra vera
partecipazione, sia a livello di ascolto-trattativa e non di mera informativa
come finora si pratichi concretamente, evitando di sentirci dire, dai pochi ed
esclusivi negoziatori che “decidono e decideranno sulla nostra qualità della
vita” che “dobbiamo solo fidarci” di loro, che sono bravi e che difenderanno al
meglio i nostri interessi. In realtà Negli incontri preparatori in Commissione
ristretta su 560 consultazioni del Dipartimento Commercio, 520 ( il 92% ) sono
state fatte con le aziende e di questi ben 113 con l’industria agroalimentare,
la più potente a Bruxelles. Solo 26 ( il 4% ) sono stati invece gli incontri con
rappresentanti di interessi pubblici come i consumatori, e il restante 4% con
singoli o istituzioni. I numeri come si vede non sono affatto confortanti.
Dall’ultimo numero
del magazine ALTROCONSUMO autorevolissima rivista del consumo critico e di difesa
dei consumatori che consiglio a tutti di acquistare e leggere con attenzione,
traggo un elenco sul CIBO SICURO e sulle cose che per esso occorre che non si
ceda affatto alle spinte oltranziste e mercatiste:
-
non deve essere scalfito il PRINCIPIO DI PRECAUZIONE;
-
massima severità sulla FILIERA delle carni e dei prodotti da
essa derivati;
-
MENO POTERE ALLE IMPRESE;
-
NIENTE ORMONI NELLE CARNI;
-
MENO ANTIBIOTICI negli allevamenti;
-
Vietare l’igienizzazione dei polli con la CLORINA;
-
NO a latte e carni dai
figli degli animali CLONATI;
-
NO agli OGM senza etichettatura;
-
Mantenimento e valorizzazione elle indicazioni DOCG, DOC, DOP e
IGP;
-
Mantenimento delle denominazioni dell’ORIGINE DEI PRODOTTI;
-
NO all’abbassamento della qualità dei prodotti come sono spesso
quelli di produzione americana rispetto a quelli italiani ed europei;
-
le leggi non le devono fare le Imprese, e i governi devono
tutelare i cittadini soprattutto.
Ecco quindi su cosa
dovremmo informarci, essere informati e tenerci tutti informati.
Fraterni saluti,
Vitaliano Serra ( 03.01.2015 )
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