giovedì 29 maggio 2014

LE MIE RAGIONI SUL VOTO EUROPEO



Carissime/i alcune/i di voi ( e li ringrazio per l’attenzione che pongono al mio pensiero )  mi hanno chiesto conto del mio silenzio in merito alle elezioni europee. Silenzio inusuale per me che vi inondo spesso, e forse anche a sproposito, di mail su tanti argomenti politici, locali e non.  Ebbene il mio silenzio era sintomo di difficoltà a trovare una ragione ed una passione che mi permettesse di credere in una possibilità di cambiamento nell’ambito dell’offerta  presente oggi sul “mercato” della politica. Ebbene dopo quasi 40 anni dal mio primo voto ( ndr. al PdUP ) non ho partecipato alle competizione elettorale. Sono uno tra quel 40% e oltre di astenuti, e per darmi una giustificazione me ne sono andato al mare a Livorno, in Toscana, la Toscana oggi più che mai del PD e di Renzi, da mio figlio. Decisione tormentata e contraddittoria con tutta la mia storia politica e i miei valori di fondo fortemente e tenacemente costituzionali. Non sono mai stato un’indifferente. Ho ritenuto necessario questo stop per riflettere sul che fare di fronte alle trasformazioni epocali che stiamo vivendo. Ma la necessità di riflettere è però cominciata il 25 febbraio dello scorso anno, ( il 2013 )  con la  risicatissima “vittoria” del PD e soprattutto dopi i 52  giorni di agonia del tentativo di Bersani di dare una svolta a questo Paese senza “arrotolare “ le bandiere della sinistra dell’uguaglianza e la “pugnalata” politica che gli ancora “innominati ed innominabili” 101 ( e forse più ) della Direzione PD diedero a Bersani facendo fuori nel breve volgere di una notte sia lui che il padre  fondatore Prodi e subito dopo la sola ipotesi ragionevole di contatto con il M5S con il diniego alla candidatura alla Presidenza della Repubblica di una figura di assoluta preminenza costituzionale e democratica come quella di Rodotà. Il resto è venuto da sé con la preventivata, incontrastata e scontata vittoria di Matteo Renzi alla Segreteria del PD. Tralascio poi la brevissima meteora lettiana con la sua forzosa eliminazione in culla. Ebbene proprio nel momento di questa mia personale e dolorosa scelta è successo il terremoto, Renzi non ha solo vinto, ma ha stravinto e questo ha già cambiato moltissimo del quadro politico. E' inutile dire: ma sono elezioni europee contano poco nelle scelte nazionali. Stupidaggini. Sono elezioni e in queste elezioni un partito ha preso il 40 per cento, come la Dc ai vecchi tempi, più che qualunque altra formazione politica negli ultimi decenni. E ha conquistato 15 punti in 15 mesi. Renzi può essere simpatico o antipatico ( a me non piace, ne diffido intimamente in quanto esprime senza dubbio alcuno una cultura liberista) ma è riuscito in questa impresa. Chapeau ! Adesso come tanti, mi chiedo che cosa farà dopo questo risultato ma, soprattutto che farà del Pd. Il terremoto riguarda, infatti, anche l'identità del partito del presidente del consiglio ( oggi più che mai )  che, del resto, di sommovimenti ne ha già subiti parecchi.
Quando parlo di identità del PD non mi riferisco agli equilibri interni,oggi francamente irrilevanti, pur con la stima che ripongo verso Civati e Cuperlo,e neppure ai pericoli di nuove rottamazioni, anch'esse trascurabili, ma alla sua collocazione, a ciò che rappresenta o meglio, che può rappresentare nel panorama politico italiano ed europeo, agli interessi e al blocco sociale di riferimento di cui si vorrebbe fare portavoce e tutelare.
In questo quaranta per cento di voti c'è sicuramente il vecchio PD, quello che ha resistito alla prima rottamazione, ci sono molti voti giovani, ci sono i voti provenienti da un centro destra deluso, quelli dei grillini spaventati, ci sono i voti utili di chi in altre circostanze avrebbe scelto un'altra formazione politica, quelli di chi sta nei sindacati e di chi li detesta, di chi pensa che Renzi sia il naturale erede di Berlusconi e di chi inneggia ad un nuova e più moderna sinistra. Insomma un bel pout pourri, un miscuglio davvero sorprendente di idee e di aspettative. Ma si tratta di un volto indefinito, privo di una sia pur provvisoria identità. E forse in questo polpettone di interessi e di aspettative pare prevalere una ipotesi politicamente neocentrista ed economicamente , appunto, liberista.
Anche se, citando dall'ultimo post di Keynesblog.it, "non può che far piacere ascoltare da lui, proprio in questi giorni, un aggettivo – keynesiano – che tra i suoi amici liberisti suscita l’orticaria. Il vantaggio (potenziale) della democrazia rispetto alla tecnocrazia è che la prima elegge dei politici, i quali devono tener conto dei desideri e delle aspettative degli elettori se desiderano essere rieletti, mentre la seconda è sempre preda della “moda” teorica del momento o, peggio, degli interessi del mondo da cui i tecnocrati stessi provengono: raramente coincidenti con il benessere dei lavoratori e della classe media, molto più spesso esattamente opposti, come abbiamo visto proprio nel caso dell’Unione Europea.
Renzi sa bene che questa volta gli è andata bene, molto bene, oltre ogni aspettativa. Ma nulla vieta che, se le speranze che l’elettorato ha riposto in lui dovessero venire deluse, anche l’Italia potrebbe spostarsi tra i paesi più euroscettici.
Il voto di domenica ha quindi dato forza al leader del PD ma lo ha anche caricato di una responsabilità gravosa. Le prime parole pronunciate dopo la vittoria sono ben auguranti. Tra queste, la proposta di una riforma delle regole europee per scomputare gli investimenti dal deficit e consentire così uno stimolo di 150 miliardi in 5 anni. Una cifra significativa". Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.

Qualcuno ha già paragonato il nuovo PD di Renzi alla vecchia Dc: interclassismo, tendenza ad una modesta, seppure concreta redistribuzione del reddito, laica prudenza sui temi etici. Non credo. La DC era comunque schierata da un parte precisa del mondo dei blocchi e poteva gestire insieme redistribuzione e conservazione e quindi l'interclassismo, perché il paese viveva un periodo di sviluppo e di crescita. Renzi si muove in un altro panorama economico e sociale. Molto, ma molto più difficile e complesso.
Ma il PD del quaranta per cento sta scomodo anche nell'alveo pur ampio del socialismo e della socialdemocrazia europea che oggi subisce crisi profonde, appare incapace di uscire dalle sue difficoltà, ma mantiene una sua differenza formale dal blocchi conservatori nazionali ed europei. E anche dalle formazioni di sinistra radicale, ecologiste, femministe che, di volta in volta le si affiancano. Questo partito del quaranta per cento non ha una identità che possa coincidere con le socialdemocrazie. Forse può ricordare il partito democratico americano, ma l'Italia non è l'America. E' anomalo, spurio, oggi ciascuno può sperare di trovarci quel che desidera. Ma fra qualche giorno? qualche settimana? qualche mese? Allora a questo insieme di passioni, paure, illusioni, certezze, entusiasmi occorrerà pur dare un volto. Ecco, mi chiedo che volto sarà. Tutto  ciò rende più e non meno “ragionevole” la mia astensione.
Non so, ma me pare che anche  a sinistra del PD le cose non siano andate bene, politicamente ed anche elettoralmente parlando, sia quando c'è stata una alleanza con il PD sia quando non c'è stata. Tranne in casi particolari, che sono, appunto, l'eccezione e non la regola. E francamente non credo che il risultato della Lista Tsipras, (che sono stato fino all’ultimo tentato di votare e che ho perfino propagandato in qualche modo durante la difficile e cointrocorrente campagna elettorale),  alle europee possa essere considerato la soluzione. La lista ha preso il 4.03% e ha superato di un soffio la soglia. E' un risultato certamente importante, visti i tempi, ma  di pura  sopravvivenza e di testimonianza, nulla di più, non raccontiamoci storie. Questo al di là delle persone per bene che lo hanno con vigore e passione, in mezzo a tante difficoltà, rappresentato a partire dal leader Alexis Tsipras che è un ottima scelta, anche  per quel che rappresenta col  venir fuori dal Paese che più di tutti in Europa a pagato il prezzo delle politiche liberiste di austerità a senso unico. Quindi, ne deduco, non mi pare che il problema fondamentale siano le alleanze. Mi pare che i problemi fondamentali siano il progetto politico, la cultura politica, la fisionomia della sinistra. Cose che non si risolvono nemmeno con il mantra del "costruiamo la Syriza italiana"- Insomma, secondo me, è la mia opinione personale, ci serve una sinistra popolare di governo, portatrice di un progetto di riformismo radicale, radicata sul territorio, capace di produrre costantemente iniziativa politica, capace di seminare cultura politica, in grado di parlare non a piccoli gruppi ma ai cittadini italiani, a partire da coloro i cui interessi economici e sociali si intende rappresentare.  Ci vorrebbe, credo, qualcosa che assomigli al PCI ( quello di Berlinguer ) e al PSI ( quello di Pertini )  messi assieme. Quanto ai grillini credo che  abbiano raccolto quel che hanno seminato in questo anno, cioè l’isolamento fatto dogma, il pluralismo interno ridicolizzato, l’uso di linguaggi virulenti e diseducativi, il congelamento inconcludente di ben 8 milioni di voti, l’evidenziarsi di grossi limiti formativi nel quadro politico a tutti i livelli, l’ambiguità delle ipotesi programmatiche e la confusione nell’ipotesi culturale “né di destra né di sinistra”.
Renzi è oggi sulla cresta dell'onda ma è il vuoto di prospettive e la mancanza di una proposta di respiro strategico per riformare l'Europa a  gettare  ombre cupe non tanto sulla sua leadership e forse a condannarlo probabilmente a sgonfiarsi, forse,  altrettanto rapidamente. Il che succederà inevitabilmente non appena Renzi dovrà fare i conti con quella governance europea che forse immagina di riuscire a conquistare con la stessa facilità, superficialità e disinvoltura con cui si è impadronito, gli uni dopo le altre, di primarie, partito, governo ed elettorato. Ma là, invece, c'è la "scorza dura" dell'alta finanza, dei poteri economici forti che Renzi non si è mai nemmeno sognato di voler intaccare ( non a caso personaggi come Davide Serra ed altri come lui lo appoggiano senza riserve, anzi sono parte strutturale del suo entourage culturale ), ma che non è certo disposta a concedergli qualcosa che vada al di là di un sostegno formale e simbolico. Ed è proprio lì che si installa l’inevitabile deriva neoliberista che persegue il nostro ormai incontrastato leader, che vuole togliere di mezzo ogni livello intermedio di democrazia, sindacati per primi, per renderli residuali e per marginalizzare il conflitto di classe che la crescita delle diseguaglianze, non affatto destinate a ridursi, renderà inevitabili. E per destrutturare almeno alcuni dei principi fondanti della nostra Costituzione repubblicana ed antifascista. Non basteranno certo 80 € al mese, peraltro concessi oggi solo ad una parte degli aventi diritto a sanare le ferite dell’ineguaglianza e della carenza di reddito di milioni di cittadini e di famiglie, e pure di imprese. Occorrerebbe invece un piano di forte redistribuzione di reddito dalla rendita al lavoro, un grande progetto politico  per “rimettere le persone al centro”il che  significa considerare come preminente la qualità della loro vita riconoscendo che esse non sono la causa della crisi, ma l’oggetto, come afferma l’economista Mario Pianta nel suo bel libro “Nove su Dieci – Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa” Ed. Laterza:  “Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, serve mettere al primo posto la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi”.L’attenzione dell’azione politica va spostata sulle condizioni di vita dei lavoratori, non solo di chi un lavoro ce l’ha (e lo vuole mantenere), ma anche di chi questo lavoro non ce l’ha, non lo può avere, lo ha perso senza ritrovarlo o senza poterlo ritrovare. Di fronte a questa priorità, l’economia è un vincolo con cui fare i conti, ma non l’obiettivo al quale subordinare la vita sociale: la contrapposizione con la visione della politica economica corrente non potrebbe essere più drastica. E’ il liberismo che è vecchio, antimoderno e sarebbe da mettere in soffitta. La Sinistra deve e può ripartire da qui. E forse lo spero riprenderò a votare.
Come scriveva Robert Musil  nel suo “L'uomo senza qualità”:
“Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Negarsi la possibilità di un altro mondo, fare le cose come le abbiamo sempre fatte (le stesse cose, nello stesso modo), ribadire uno schema pur sapendolo fallimentare, insistere su percorsi sbagliati significa avere paura, annichilire le speranze. Significa rinunciare alla critica, che è quasi tutto, soprattutto quando le cose, palesemente, non funzionano. Vuol dire, alla fine, dire che la politica non serve a nulla. Tutto è già deciso, stabilito, definito. E invece le alternative servono a pensare, servono a vivere”.

28 maggio 2014

Vitaliano Serra

domenica 27 aprile 2014

Il ritorno dell’insicurezza sociale

Il ritorno dell’insicurezza sociale di Robert Castel (cfr. l'introduzione di Gianvito Brindisi) Vivere l’insicurezza sociale equivale a trovarsi alla mercé di ogni minimo rischio dell’esistenza: una malattia, un incidente, un’interruzione del lavoro, un imprevisto nel corso della vita possono spezzare il fragile equilibrio della quotidianità e far precipitare nella disgrazia, se non addirittura nella rovina. Su scala storica, questa insicurezza sociale è stata la condizione ordinaria di quello che un tempo era detto il popolo. «Vivere alla giornata», dispiegare sforzi costanti per arrivare a «sbarcare il lunario», sfiancarsi al fine di «guadagnarsi il pane»… Sono stati questi, nel corso dei secoli, i problemi quotidiani di quanti non avevano che il frutto del proprio lavoro per vivere o per sopravvivere. Nessuna provvista, nessuna proprietà, nessun gruzzoletto: tutti i giorni la domanda imperiosa su come si presenterà il domani. L’insicurezza sociale è questa impossibilità di securizzare l’avvenire, poiché la padronanza di questo avvenire dipende da condizioni che ci sfuggono. Tale insicurezza sociale, che per lungo tempo ha tessuto di una trama nera la storia popolare, è stata infine combattuta e sconfitta grazie alla costituzione di uno zoccolo di risorse, di uno zoccolo che dà consistenza al presente e consente di prendere in carico l’avvenire: si tratta della sicurezza sociale. Questo zoccolo di risorse è stato in origine predisposto fondamentalmente in relazione al mondo del lavoro, poiché era la vulnerabilità della condizione del lavoratore ad alimentare principalmente l’insicurezza sociale. Ma da quando abbiamo fatto il nostro ingresso nella cosiddetta «crisi», vale a dire dai primi anni Settanta, l’insicurezza sociale è tornata. Questo ritorno è la conseguenza della fragilizzazione dei supporti (delle protezioni e dei diritti) che securizzavano il mondo del lavoro. Ma si tratta di un’insicurezza sociale nuova, a un tempo omologa e differente rispetto all’insicurezza sociale secolare che ha segnato in profondità la condizione popolare. «Vivere alla giornata» In origine, dunque, era l’insicurezza sociale. Ma non per tutti. Schematicamente, si potrebbe dire che era affare dei poveri. Ma chi sono i poveri, e qual è esattamente la relazione tra povertà e insicurezza? Per quanto riguarda la società preindustriale europea tra il XIV e il XVII secolo, gli storici sono concordi nel pensare che circa la metà della popolazione poteva essere qualificata come povera. La povertà è dunque una condizione strutturale e comune nella quale le masse popolari sono installate permanentemente. Ma si tratta anche di uno stato che può degradarsi. È possibile cioè, secondo la forte espressione di Pierre le Pesant de Boisguilbert, «mandare in rovina un povero»1 (ruiner un pauvre): ciascuno può restare, bene o male, sul filo del rasoio, ma sono sufficienti un cattivo raccolto o un inverno particolarmente rigido per generare «un forte rincaro dei prezzi» (une grande cherté), ed ecco che questo fragile equilibrio si spezza. Sébastien La Prestre de Vauban, che fu anche un attento osservatore delle sofferenze del popolo, sottolinea la stretta relazione esistente tra l’estrema vulnerabilità popolare e l’estrema fragilità dei rapporti di lavoro, ed evoca così la situazione di un rappresentante dei piccoli salariati dell’epoca, giornalieri, manovali, «gente di fatica e di braccia» (gens de peine et de bras) che in città o in campagna lottano quotidianamente per la loro sopravvivenza: «Sarà sempre difficile arrivare alla fine dell’anno. Da qui è chiaro che, per quanto poco carico debba sopportare, è necessario che soccomba»2. Dubito che si possa trovare sintesi più corretta dell’insicurezza sociale, la quale risiede proprio in questa condizione di fragilità permanente – la permanenza della precarietà – che segna il destino di una buona parte del popolo. In un primo tempo, nel XIX secolo, questa situazione non appare sostanzialmente mutata, nonostante la rivoluzione della fine del XVIII secolo abbia investito anche il campo del lavoro, con l’abolizione delle corporazioni e l’instaurazione del libero contratto di lavoro come forma obbligata della relazione salariale (il contrat de louage della forza lavoro). Ma la dissimmetria del rapporto di forza tra il datore di lavoro e l’impiegato è tale da condannare i salariati a un salario di sopravvivenza. La conseguenza è la condizione degli operai dei primi apparati industriali che ci siano noti, condizione che le descrizioni del pauperismo ci consentono di qualificare propriamente come spaventosa. I proletari perdono letteralmente la vita nel tentativo di guadagnarsela. Ma i piccoli artigiani destabilizzati dall’abolizione delle corporazioni, i lavoratori indipendenti che operano in subappalto per i commercianti, e i manovali di ogni genere che lavorano a giornata non sono messi molto meglio. I salari sono ridotti al minimo, non vi è alcuna garanzia d’impiego e i lavoratori non possono vantare alcun diritto: «L’operaio offre il suo lavoro, il padrone paga il salario convenuto, e lì finiscono le obbligazioni reciproche. Dal momento in cui [il padrone] non ha più bisogno delle sue braccia [dell’operaio], lo congeda, e sta all’operaio trarsi d’impaccio»3. L’applicazione rigorosa dei principi del liberalismo – il mercato del lavoro come mercato di ‘libera’ contrattazione – condanna impietosamente i lavoratori alle condizioni minime della sopravvivenza. Essi versano perciò in una situazione di costante insicurezza sociale, e questo stato, per la maggior parte di loro, si prolungherà per buona parte del XIX secolo. La securizzazione Come si è venuti fuori da tutto questo? Quali sono le condizioni che hanno permesso di superare questa insicurezza sociale permanente? L’aver garantito al lavoro protezioni e diritti. Ad essersi imposta con molte difficoltà, cioè, è l’idea, totalmente nuova, che la proprietà non sia l’unico antidoto all’insicurezza sociale. Che la proprietà privata rappresenti la miglior difesa contro l’insicurezza lo si sapeva da sempre. Chi ha dei beni è «coperto» contro i rischi dell’esistenza. Potrà curarsi nel caso si ammali. E spesso non avrà neanche bisogno di lavorare, o comunque potrà continuare a provvedere ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia nel caso pure venga a mancare il lavoro. La proprietà è un cuscino di risorse che garantisce la sicurezza e in aggiunta a ciò conferisce rispettabilità. Nel 1902 Charles Gide dichiarava: «Per quanto riguarda la classe possidente, la proprietà costituisce un’istituzione sociale che poco a poco rende le altre superflue»4. Di conseguenza, l’accesso alla proprietà è stato considerato in origine come la via regia per vincere l’insicurezza sociale. È questa, nel XIX secolo, l’opinione comune dei filantropi e delle élites politiche, di parte conservatrice o liberale, che guardano alla sorte delle «classi povere» esortandole senza sosta a quelle virtù del risparmio e della previdenza che le salveranno dalla loro miseria. Ma l’accesso alla proprietà è un’aspirazione largamente condivisa negli stessi ambienti popolari. La condizione salariale è cosi miserabile che molti operai non sognano altro che di poter comprare qualche attrezzo e fittare una botteguccia per «mettersi in proprio». Questo punto va sottolineato. Perché arrivasse a imporsi un’altra risposta rispetto all’accesso alla proprietà per vincere l’insicurezza, è stato necessario che lentamente, e non senza difficoltà, si generalizzasse la consapevolezza della sostanziale irreversibilità della condizione del salariato, essendo la sua espansione organicamente legata allo sviluppo del capitalismo industriale. Era la forma di organizzazione del lavoro a esigere un sistema di produzione comandato dal peso crescente della grande industria. Da quel momento, ci si è trovati di fronte a un dilemma: lasciare il salariato nello stato di abbandono che gli appartiene quando il lavoro è assimilato a una merce – ma è proprio così che si consentiranno l’instaurazione e lo sviluppo, nel cuore della società moderna, di quelle masse di salariati che, come dirà Karl Marx, «non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene», con la conseguenza del sovvertimento totale dell’ordine sociale attraverso la rivoluzione –, o altrimenti consolidare la condizione salariale sino a farne uno zoccolo duro capace di procurare le risorse sufficienti per garantire la sicurezza dei lavoratori. È questa seconda soluzione a essersi imposta dopo un secolo di controversie, lotte e conflitti talvolta molto violenti. Fu come una grande rivoluzione silenziosa sfociata in quella che è stata giustamente detta «società salariale». Il lavoratore non proprietario è divenuto titolare di diritti che gli assicurano le condizioni necessarie a garantire il suo presente e a controllare il suo avvenire. Prendiamo il caso del diritto alla pensione. Prima, il futuro di chi era diventato troppo vecchio per lavorare non poteva che essere vissuto come la minaccia di un disastro, quale ad esempio finire a marcire in un ospizio per indigenti. Con il diritto alla pensione, lo stesso soggetto non vivrà certo nell’opulenza, ma disporrà quantomeno di quelle risorse minime che gli permetteranno di non dipendere da altri per soddisfare i suoi bisogni. Se dunque egli soddisfa le condizioni richieste, vale a dire se ha lavorato e ha versato i contributi per molto tempo, vi ha effettivamente diritto. È diventato proprietario di diritti. Il diritto alla pensione è solo uno degli elementi di un largo ventaglio di protezioni che saranno legate allo statuto del lavoratore: diritto alla salute, diritto all’indennizzazione in caso di incidente o di sospensione del lavoro, diritto del lavoro come fonte di garanzie contro l’arbitrio padronale etc. È così che i principali rischi della vita vengono a trovarsi «coperti», come si suol dire. La promozione di un vero statuto del lavoro ha rappresentato dunque il fondamento della costituzione di quello zoccolo di risorse che ha permesso di padroneggiare l’insicurezza sociale. Tanto che questo ventaglio di protezioni non resterà relegato al mondo del lavoro, coprendo ugualmente gli «aventi diritto» del lavoratore, vale a dire il suo universo familiare. Ma questi diritti sociali si estenderanno anche all’insieme della popolazione, costituendo la base di una «società assicurativa», com’è stata giustamente definita da François Ewald5. La risalita dell’insicurezza sociale Questa vittoria sull’insicurezza sociale, punto terminale di un lungo processo iniziato in Francia alla fine del XIX secolo, sembra imporsi nel periodo che corre dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Settanta, e costituisce il prodotto di quello che è stato definito «il compromesso sociale del capitalismo industriale». Gli interessi del capitale e delle imprese sono assicurati, come testimonia il considerevole sviluppo economico che ha caratterizzato quegli anni. In contropartita, il mondo del lavoro beneficia di estese protezioni: è la promozione di questa sicurezza sociale generalizzata. È così che l’insicurezza sociale è praticamente scomparsa, dissolvendosi in questo edificio della protezione allestito nella società salariale. Resta ai margini di questa società una sorta di sottoproletariato costituito da individui che non hanno potuto o voluto piegarsi agli obblighi di un lavoro regolare. Si parla al riguardo di un «quarto mondo», come se sussistessero delle isole di sottosviluppo che richiamano il terzo mondo e perpetuano delle forme antiche d’insicurezza sociale in seno alla modernità. Ma più in generale si pensa anche che si tratti di sopravvivenze arcaiche in via di riassorbimento con gli sviluppi del progresso economico e sociale. L’equilibrio sottile tra le esigenze del rendimento sul versante del capitale e le esigenze di sicurezza sul versante del mondo del lavoro, a cui il capitalismo industriale era alla fine pervenuto, si disferà con quella crisi che inizia a far sentire i propri effetti dopo lo shock petrolifero del 1973. Una crisi che in un primo momento è stata interpretata come un blocco temporaneo della crescita, ma di fronte alla quale si è stati poi costretti a riconoscere – e il cataclisma finanziario dell’autunno del 2008 ce l’ha di recente ricordato – come essa fosse molto più grave di una turbolenza passeggera. In realtà, si tratta di un cambiamento di regime del capitalismo stesso, vale a dire dell’uscita dal capitalismo industriale con ingresso in un regime nuovo e più aggressivo che impone una concorrenza esasperata al livello globale (globalizzazione) sotto l’egemonia del capitale finanziario internazionale. Questa dinamica impone nuovi modi di produrre e di scambiare, prendendo in contropiede quei sistemi di regolazione che, instaurati alla fine della stagione del capitalismo industriale, erano al cuore del suo compromesso sociale. Un altro modo di dire che l’insicurezza sociale fa il suo ritorno. E ritorna perché le dighe che avevano permesso di arginarla si rompono, e i diritti e le protezioni che erano stati assicurati al lavoro si indeboliscono e talvolta scompaiono. Questa insicurezza è innanzitutto la conseguenza di una profonda riconfigurazione dei rapporti di lavoro. Nel momento stesso in cui si installa la disoccupazione, la precarietà si generalizza. Da una quindicina d’anni, la categoria dei lavoratori poveri è riapparsa nel nostro paesaggio sociale. Si può di nuovo lavorare e trovarsi comunque sul filo del rasoio per provvedere ai propri bisogni e a quelli della propria famiglia. E si può anche, come nel caso dei beneficiari del reddito di solidarietà attiva (revenu de solidarité active - RSA), essere lavoratori impiegati, ma in condizioni talmente misere da necessitare allo stesso tempo di assistenza, così che per sopravvivere si dipenda dal beneficio concesso dai servizi sociali. Le frontiere tra il lavoro e l’assistenza si confondono. Si potrebbero descrivere a lungo queste situazioni che fanno sì che un numero crescente di persone si trovi nuovamente nella condizione di vivere o di sopravvivere «alla giornata». Situazioni che non sono affatto inedite, e tuttavia nuove in rapporto alla sequenza storica che ha permesso di vincere l’insicurezza sociale costruendo la sicurezza a partire dal lavoro. Poiché questa insicurezza contemporanea non è identica alla vecchia. Si tratta infatti di un’insicurezza che succede alle protezioni, che succede alla sicurezza, e perciò senza dubbio più difficile da vivere oggi rispetto a un’epoca in cui l’insicurezza sociale poteva apparire come un destino comune e in qualche modo «normale» o «naturale», in quanto associata da sempre alla condizione popolare. Ma essa è nondimeno ancora più ingiusta in una moderna società sviluppata nella quale il problema non è più quello della scarsità dei beni, come quando la sopravvivenza di una buona parte della popolazione poteva dipendere da un inverno rigido o da un cattivo raccolto. Oggi, il problema è piuttosto quello della ripartizione delle ricchezze in una società che ne produce effettivamente molte, ma – nello spirito del nuovo regime del capitalismo – giocando alla ricerca del profitto per il profitto attraverso la messa in concorrenza di tutti contro tutti. In tale prospettiva, i diritti sociali e le protezioni legate al lavoro appaiono come degli ostacoli da eliminare nella prospettiva di massimizzare la competitività delle imprese e promuovere il libero gioco del mercato. Ma questa armatura di diritti – diritto del lavoro e protezione sociale – costituiva la diga che, come dice Karl Polanyi, «addomesticava il mercato», e la sua eliminazione si paga con il ritorno dell’insicurezza sociale. Queste analisi portano così a pensare che il solo modo di combattere questo ritorno sarebbe elaborare un nuovo compromesso sociale. Un compromesso che deve essere omologo, ma differente, rispetto a quello proprio del capitalismo industriale, tra gli interessi del mercato, che bisogna certo tenere in conto se è vero (ed è vero) che siamo pur sempre in un regime capitalista, e gli interessi del mondo del lavoro misurati in termini di sicurezza e di protezione. (Traduzione dal francese di Gianvito Brindisi) Note al testo Le retour de l’insécurité sociale, in “Alternatives Economiques Hors-série”, 89 (2011), pp. 28-31. 1 Pierre le Pesant de Boisguilbert, Mémoires, citato in Correspondances des contrôleurs généraux des finances, 1874, t. 2, p. 531. 2 Sébastien La Prestre de Vauban, Projet de dîme royale (1710), 1907, p. 78. 3 Charles-Marie Tanneguy Duchatel, De la charité dans ses rapports avec l’état moral et le bien-être des classes inférieures de la société, 1829, p. 130. 4 Charles Gide, Economie sociale, 1902, p. 6.