venerdì 18 aprile 2014

L'IMPERATIVO DI JONAS PER SALVARE IL PIANETA di Barbara Spinelli

L'IMPERATIVO DI JONAS PER SALVARE IL PIANETA di Barbara Spinelli - 16 aprile 2014 - da la Repubblica ​Non si parla più di clima né di quel che accadrà della terra, da quando la crisi è entrata nelle nostre vite stravolgendole con politiche recessive, disuguaglianze indegne, e una disoccupazione che assieme alla speranza spegne l’idea stessa di futuro. La terra lesionata era il grande tema all’inizio del secolo, e d’un colpo è stata estromessa dal palcoscenico: non più male da sventare, ma incubo impalpabile. Diritto troppo immateriale e nuovo, accampato dal pianeta. Esiste invece, l’infermità della terra che l’uomo ha causato e sta accentuando: anche se è caduta fuori dal discorso pubblico, anche se è divenuta invisibile come certi malati incurabili che non vogliamo guardare da vicino, e per questo releghiamo in ospizi lontani. È come se, paradossalmente, la crisi ci avesse liberati dell’ineffabile paura che avevamo negli anni Novanta — la morte del pianeta — mettendo al suo posto tante altre paure: non meno angosciose, ma più immediate e senza rapporto con quella trepidazione non più così concreta, traslocata nelle periferie dei nostri pensieri e inquietudini. Il ritorno alla realtà, sotto forma di ennesimo allarme dell’Onu, è avvenuto domenica, con la pubblicazione del terzo rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico (Ipcc). Seicento scienziati di 120 paesi hanno emesso il loro verdetto: possiamo ancora cambiare la storia, ma il tempo a disposizione si accorcia fatalmente. Sembra di vivere le ultime scene del film di Lars von Trier, quando sulla terra sta per schiantarsi il pianeta chiamato Melancholia: è la depressione a darci questa strana, calma indifferenza. Per nostra incuria, e cecità, la terra continua a surriscaldarsi, e sempre più arduo sarà rispettare l’obiettivo fissato: evitare che l’aumento della temperatura superi i 2 gradi centigradi. Soglia fatidica, oltre la quale il globo è messo mortalmente in pericolo dalle emissioni di anidride carbonica e gas serra. Conosciamo quel che può seguire: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei livelli marini e cancellazione di intere regioni, cibo insufficiente per l’umanità, scomparsa di foreste, estinzione massiccia di piante e specie animali. La crisi economica ha svegliato in questi anni molte coscienze, prima dormienti: sulla debolezza politica dell’Europa, su terapie di austerità rivelatesi devastanti per tanti cittadini e anche per le democrazie. Non così per quanto riguarda la prevenzione del disastro climatico, rinviata a chissà quali giorni migliori. Recessione, disoccupazione: oggi sono le nostre preoccupazioni prioritarie, ma purtroppo uniche. I cervelli si stanno abituando a lavorare a metà, quasi in preda all’emiplegia. La terra può attendere, anche se Melancholia s’avvicina. Un eminente manager pubblico, l’ex amministratore delegato dell’Eni Scaroni, è giunto sino a chiedersi pubblicamente, nel luglio scorso: «Abbiamo investito in modo dissennato nelle energie rinnovabili. Eravamo ubriachi?» E il nuovo ministro dello sviluppo, Federica Guidi, ha illustrato alla Commissione Industria qual era il suo «feeling»: quel che occorre è «la massima attenzione alla crescita sostenibile», e al tempo stesso la «rimozione degli ostacoli burocratici che impediscono sia lo sviluppo della nostra capacità di rigassificazione per beneficiare della rivoluzione del gas da argille (shale gas), sia gli investimenti privati nella ricerca e produzione di idrocarburi». Il feeling è parecchio contraddittorio: le perforazioni necessarie per estrarre shale gas mal si coniugano con l’economia verde, comportando spropositati dispendi di acqua, inquinamento delle falde e, secondo alcuni, possibili terremoti. Resta la verità attestata dai 600 scienziati. Siamo ancora rovinosamente destradipendenti da combustibili fossili. Petrolio, carbone, gas hanno contribuito per il 78% all’incremento totale di emissioni dal 1970 a 2010, e peseranno ancor più se nulla cambia. Se i paesi produttori di petrolio e gas resisteranno alle misure suggerite dall’Ipcc, se i governi non introdurranno forti tasse sull’emissione di diossido di carbonio (carbon tax), e se insisteranno nel sovvenzionare i combustibili fossili invece di investire in energie rinnovabili, riforestazione, edilizia a bassi consumi di carburanti. La Germania ad esempio emette più anidride carbonica, nonostante la svolta energetica, perché la dipendenza dal carbone si è gonfiata. Dicono che mancano i soldi, ma gli esborsi sono pochi rispetto alle spese ineluttabili quando la catastrofe sarà alle porte. Il passaggio a un’economia basata su combustibili l owcarbon costerebbe oggi 1-2 punti di ricchezza nazionale. Nel 2020 salirebbe a 4-5 punti. Diverrebbe proibitiva dopo il 2030. Dicono anche che la crescita si blocca, se fin d’ora proteggiamo la terra. È menzogna: lo sviluppo si rallenterebbe solo dello 0,06%, assicurano gli scienziati. Risale al 1979 il libro che il filosofo Hans Jonas scrisse sul Principio responsabilità, e sulla paura per la sorte terrestre: un testo avveniristico, all’epoca. È quella paura che va riesumata, senza posporla ai timori che incutono disoccupazione e crescita lenta. Non ci è dato di affrontare prima la recessione, e dopo il clima. La vera dissennatezza è non contare fino a due, non assolvere insieme i due compiti. La paura di veder perire il pianeta, e chi lo abita, è per Jonas costitutiva della responsabilità: «Non intendiamo la paura che dissuade dall’azione (lo sgomento, la paralisi, ndr) ma la paura fondata , che esorta a compierla». È una forma di amore del prossimo. O meglio, direbbe Nietzsche, di «amore del più lontano»: è trepidazione per i viventi che verranno, scudo contro la distruzione che li minaccia. Alla domanda su cosa capiterà al prossimo-lontano, se non ci prendiamo cura di lui, la replica è chiara: «Quanto più oscura risulta la risposta, tanto più nitidamente delineata è la responsabilità. Quanto più lontano nel futuro, quanto più distante dalle proprie gioie e i propri dolori, quanto meno familiare è nel suo manifestarsi ciò che va temuto, tanto più la chiarezza dell’immaginazione e la sensibilità emotiva vanno mobilitate a quello scopo». Jonas ha addirittura riformulato l’imperativo categorico di Kant. Il dovere etico-politico ordina tuttora di «agire in modo che la tua volontà possa sempre valere come principio di legislazione universale», ma si estende così: «Agisci in modo che gli effetti del tuo agire siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Inutile a questo punto puntellare industrie (tra cui l’automobile) che emettono veleni. La riconversione deve essere radicale, e nell’immediato comporterà sacrifici. Inizialmente ostili, Usa e Cina cominciano a capirlo. Il caso Ilva è esemplare: sacrificare la vita in cambio di posti di lavoro è alternativa funesta. La crisi economica ci insegna questo: può secernere il male o il bene. Fa riscoprire diritti irrinunciabili (il benessere, il lavoro) ma può condannare all’oblio il diritto del nuovo soggetto che è la terra. Mancano disgraziatamente le istituzioni, che tutelino ambedue i diritti. Onu e Ipcc sono organi intergovernativi, e somigliano alla Società delle Nazioni: del tutto inefficace, fra le due guerre, perché ogni Stato aveva la sua inviolabile sovranità. L’Europa fa più progressi sul clima, perché in parte già è sovranazionale. Il mondo in cui viviamo non è all’altezza dell’imperativo di Jonas. A fronte di lobby ormai transnazionali (le industrie petrolifere, ma anche il commercio d’armi, le mafie) non si erge un potere politico egualmente transnazionale, che le argini. L’ordine globale è ancora quello westphaliano escogitato nel 1648, che mise fine alle guerre di religione ma suscitò i mostri dei nazionalismi. Gli stessi mostri pronti a vanificare i moniti dell’Onu e dei suoi scienziati. - See more at: http://fondazionepintor.net/contributi/spinelli/salvareilpianeta/#sthash.5sjTlMP7.dpuf

mercoledì 2 aprile 2014

Manca il pensiero sul futuro. Intervista a Umberto Galimberti

Manca il pensiero sul futuro. Intervista a Umberto Galimberti di CARLO CROSATO su MICROMEGA aprile 2014 Come interpretare una condizione d’essere in cui prevalgono le estasi temporali del passato e del presente e manca il pensiero del futuro? Come concepire il lavoro della consulenza filosofica o il sempre più difficile rapporto fra generazioni? Questi sono solo alcuni dei temi percorsi da Umberto Galimberti in questa intervista, in cui vengono anche toccati i temi più tradizionali della sua riflessione. Nel suo L’ospite inquietante, lei sostiene che i giovani, «anche se non sempre ne sono consci, stanno male»[1]. Leggendo questa sola riga di apertura con uno spirito superficiale, si potrebbe pensare che, se uno non si accorge di star male, è proprio perché non sta male: perché allora convincerlo che sta male? I miti del nostro tempo[2], dall’altra parte, sembra sostenuto dall’idea che il malessere dell’uomo contemporaneo sia causato da una carenza di riflessione, di pensiero. Si può dunque dire che il dolore dell’uomo d’oggi è causato proprio dal non accorgersi di star male? Non direi che non si accorgono di stare male; direi piuttosto che i giovani stanno male, ma non sanno nominare il male di cui soffrono. Questa è una differenza rilevante. Dico questo, con riferimento a un incontro che ho avuto a Parigi nel 2004, con Miguel Benasayag, l’autore di L’epoca delle passioni tristi[3], il quale aveva aperto con uno psichiatria – Ghérard Schmit – uno sportello per il disagio giovanile. E ciò che l’aveva maggiormente impressionato era che i giovani si recassero allo sportello denunciando un male, ma che, se interrogati sul male di cui soffrivano, non sapevano rispondere: «non lo so», dicevano. Questo “non lo so” sta a significare che i giovani non dispongono dei nomi e tanto meno dei decorsi del dolore; e questo perché non sono arrivati a quel livello che permette di riconoscere un sentimento. Nello sviluppo psicologico, noi abbiamo sostanzialmente tre gradini da percorrere. Il primo è l’impulso, che ci è dato per natura; e chi si ferma all’impulso non si esprime con le parole, ma con i gesti: si pensi come esempio al bullismo. Il secondo livello è quello dell’emozione, ovvero della risonanza emotiva che i miei gesti e le mie parole producono dentro di me: prendiamo come esempio il noto caso di Erica e Omar, che, dopo aver ucciso la mamma e il fratellino, escono come ogni giorno per bere una birra; questo tranquillo ritorno alla quotidianità significa che il gesto compiuto non ha avuto alcuna risonanza emotiva. Il terzo e ultimo livello è quello del sentimento, che non è dato per natura, ma per cultura: tutti i popoli, dai più primitivi a quelli contemporanei, hanno raccontato miti, storie dove sono indicati nomi e percorsi sull’ordine sentimentale: per intenderci, nella mitologia greca, noi ritroviamo una fenomenologia dei sentimenti impersonati da Zeus, che è il potere, da Atena che è intelligenza, da Afrodite che è sessualità, da Apollo, la bellezza, da Dioniso, la follia, da Ares, l’aggressività, … Da questo tipo di racconti si imparano i sentimenti. Noi, oggi, non abbiamo più miti. Però abbiamo quell’immenso patrimonio, che si chiama letteratura. Un patrimonio dal quale potremmo imparare che cosa sia il dolore, che cosa sia la gioia, che cosa l’amore, la noia, il suicidio, lo spleen; un patrimonio che, però, ci permettiamo di ridurre ai minimi termini rendendolo sterile. Riduciamo la letteratura a una serie di date, di nomi contenute in un I-pad o in un computer: è chiaro che così i giovani non possono imparare i sentimenti. E quando una persona prova un sentimento, ma non sa comprenderlo, non ne sa dare un nome, vive uno stato di angoscia dovuto al non sapere di cosa stia soffrendo e il perché stia male. Il mito, la letteratura, invece, fornivano e potrebbero fornire un lessico, le parole e i paradigmi per orientarsi nello scenario emotivo, ma soprattutto sentimentale. Proprio in merito a questo tipo di accesso (mancato) al riconoscimento dell’emozione e del sentimento, vorrei porre la questione della “consulenza filosofica”, una pratica non molto conosciuta in Italia. In che cosa consiste? E in che cosa la “consulenza filosofica” differisce dal sostegno di un amico, di un prete, di uno psichiatra? L’amico parla in modo generico e in modo, appunto, amicale cerca di confortare chi sta male. Il prete ha un canone morale, in cui si orienta con riferimento a regole – di cui si parla dal pulpito – e a deroghe – di cui ci si occupa nel confessionale. L’ordine psicologico si occupa dell’apparato emotivo, nel senso che le emozioni che richiamano traumi infantili, lutti, disfacimenti di matrimonio, …, producono dei dissesti emotivi nella mente in formazione. La consulenza filosofica, invece, si occupa della cura delle idee. Se una persona ha delle idee che non sono ordinate rispetto al mondo-ambiente in cui vive, non potendo cambiare il mondo, deve in qualche modo far maturare e ratificare le proprie idee. O, detto altrimenti, se si affollano problemi di cui non si sa vedere soluzione, può giovare disegnare una geografia di questi problemi. È, a tutti gli effetti, una cura delle idee: attraverso la lettura e il commento di libri, si allarga la propria cultura; e questo significa dare alla sofferenza e alla confusione un luogo circoscritto, cioè non pervasivo di tutta la mia persona. Significa allargare il luogo di riflessione, circoscrivendo i problemi e attingendo, da un più ampio armamento culturale, gli strumenti per dar loro una risposta. Mi pare che lei stia richiamando la “capacità panoramica” di cui già scriveva Platone[4]. Mi riferisco proprio a quello. Prima faceva riferimento al mito, che oggi è assente e che quindi non fornisce più un orientamento semantico alle emozioni e alle idee. Ne parlava quindi nei termini in cui l’antropologia l’ha sempre descritto, come quell’apparato categoriale di cui le parole sono manifestazione. Lei parla dei miti anche come di bagliori di superficie che si originano dal non pensiero e, a loro volta, esimono dal pensiero. Leopardi parlava delle illusioni come indispensabili per sopravvivere all’assenza di senso[5]. I Greci parlavano di «cieche speranze»[6]. Il mito di cui lei parla, che cosa condivide e in che cosa differisce da queste due figure? Direi che con queste due figure di cui fa menzione non condivide molto. Le illusioni di Leopardi sono necessarie per vivere; e lo ribadisce anche Nietzsche: «dammi, ti prego, una maschera ancora!»[7]. Le “cieche speranze” sono quelle di cui parla il Prometeo di Eschilo, il quale aveva osato promettere agli umani che con la tecnica si sarebbe sconfitta la morte. Con la parola “mito”, io invece intendo parlare di quel modo di pensare comune, quei dettati gnotici, gli slogan televisivi, che trasmettono un “pensiero non pensato”. Un pensiero non pensato che però l’uomo comune assume, perché costituisce per lui una direzione semplice del proprio percorso di vita. Volendo fare alcuni esempi, prendiamo per prima la crescita: oggi, tutti siamo convinti che dobbiamo crescere, e assumiamo come assodato che se non c’è crescita è un disastro. Ma non ci rendiamo conto che un mondo in cui noi occidentali – che vogliamo crescere – siamo solo il 17% dell’umanità, e in cui la nostra crescita consuma 80% delle risorse del mondo, non possiamo ancora crescere! Eppure, ripeto, tutti siamo convinti che dobbiamo rilanciare la crescita. Un altro mito, che assumiamo senza rifletterci su, è quello dell’intelligenza: solitamente, quando un genitore chiede a un insegnante notizie della condotta scolastica del proprio figlio, l’insegnante risponde che il figlio è “intelligente”. Ma l’intelligenza non è un parametro misurabile; e soprattutto non è un valore univoco, le intelligenze sono molteplici: c’è un’intelligenza logico-matematica, c’è un’intelligenza artistica, c’è un’intelligenza musicale, c’è addirittura un’intelligenza corporea che permette agli sportivi di muoversi con agilità e coordinazione. Le intelligenze sono molteplici: è un mito che l’intelligenza possa essere misurata con un calcolo matematico, e la conferma ce l’abbiamo se pensiamo ai creativi, che secondo i parametri scolastici sono solo distratti, ma che poi dimostrano la straordinarietà delle loro ideazioni. Io ricordo che nelle sue lezioni sosteneva che la persona equilibrata vive nel presente con una tensione al futuro. Solo il maniacale vive rinchiuso nel presente; solo il depresso vive rinchiuso nel passato. Le vorrei chiedere: la nostra epoca, demolito il futuro, è depressa o maniacale? La nostra epoca vive davvero le sole estasi temporali del passato e del presente. La prospettiva diretta verso il passato riguarda soprattutto le persone anziane – e puntualizzo che sono solito considerare anziana una persona che ha più di cinquant’anni, ovvero l’età in cui si inizia a guardare con nostalgia al passato e si iniziano le frasi con l’espressione “ah, ai miei tempi..”. I giovani, invece, vivono nell’assoluto presente, mossi dalla convinzione che la vita è “uno stupido scherzo” e tanto vale vivere in diretta ventiquattro ore al giorno e riderci sopra. Ma vivere nell’assoluto presente è decisamente deresponsabilizzante. La responsabilità è la comprensione degli esiti che la mia azione avrà sul mio passato (personalità e reputazione) e degli effetti che avrà sul futuro: ma se per il giovane – che vive in uno stato di maniacalità – passato e futuro sono assenti, viene meno anche la responsabilità. Mentre parlava, mi tornava alla mente il «colpo di genio»[8] del Cristianesimo di cui parlava Nietzsche: il dono di un futuro di salvezza ultraterrena. Oggi, pensavo, oltre a non esserci più questa speranza nel futuro ultramondano, è stato annichilito anche il futuro mondano. Infatti, è così. E il futuro, in termini umani, non c’è più, non tanto perché non c’è un tempo fisico; ma perché non c’è una configurazione del futuro. Quando Nietzsche, nel definire il nichilismo, afferma che «manca il fine», ecco che il futuro è già infranto, è già cieco e buio. «Manca la risposta al “perché?”» [9]: ed è chiaro che se manca un progetto e manca uno scopo, manca anche la ragione per cui si è al mondo, il senso dell’esistenza. Lei denuncia il fatto che il futuro è destinato ai giovani, ma non è fattualmente in loro possesso, perché le generazioni a loro precedenti lo tengono in ostaggio. Nello scenario politico italiano, è nata da poco una compagine politica che promette di sottrarre il futuro dalle mani dei vecchi – o dei “morti”, come li chiamano – per consegnarlo alla gente. E c’è anche chi deve la propria notorietà al motto della rottamazione. La questione è: secondo lei, queste sono novità effettive e genuine nella scena politica? Restando sul secondo caso, quello della “rottamazione”, direi che nel modo di esprimersi dimostra insieme un po’ di ingenuità e un po’ di ribellismo. Però non c’è dubbio che la questione del cosiddetto “ricambio generazionale” sia effettiva. Dal momento che, grazie alla medicina, le generazioni in concorrenza non sono più due – quella dei padri e quella dei figli –, bensì tre – nonni, padri e figli –, e dal momento che il potere lo detiene la generazione più vecchia, quella dei nonni, assistiamo a una scena così organizzata: i nonni hanno il potere, i padriattendono che i nonni si facciano da parte per acquisire quel potere, mentre i figli sono i perenni giovani, considerati tali fino ai quarant’anni, che quindi possono aspettare in disparte. Ma si tratta di una situazione perversa, in cui il potere è sempre più spostato verso la vecchiaia, e che destina la società intera alla depressione. Mi spiego. Il momento creativo e ideativo è – per la psicologia evolutiva – limitato dai 15 ai 30 anni: una fascia d’età in cui il giovane può esprimere il massimo della forza biologica – e di questo, il mercato si accorge, dal momento che si fa avanti per comprare la sola biologia dei giovani –; una fascia d’età in cui il giovane può esprimere il massimo della potenza sessuale – che però non può essere riproduttiva: si vede quindi che si è formato un gap tra natura e cultura, che Maritain denunciava dicendo che la nostra cultura ha creato angeli che Dio non aveva previsto –; una fascia d’età, infine, in cui il giovane può esprimere il massimo della propria intelligenza – un matematico è tale fino ai 34 o 35 anni, dopo di ché diventa professore di matematica e i teoremi non li inventa più; i matematici non hanno un “loro” premio Nobel, perché quando toccano il loro apice creativo sono troppo giovani rispetto agli standard di quel premio. E allora, una società che si priva del massimo della potenzialità biologica, del massimo della potenza sessuale e del massimo delle capacità creative, si priva del proprio futuro, rischiando di recludersi nella depressione. Per questo sostengo che, nonostante un po’ di ingenuità, la “rottamazione” abbia un suo fondamento. Non dico che si debbano cacciare i vecchi. Dico, però, che i vecchi dovrebbero riconoscere i propri limiti e lasciare spazio alle nuove energie che avanzano. Le vorrei fare un esempio personale: quando è giunto il momento della mia pensione, mi è stata offerta la possibilità di insegnare per altri due anni; io ho rifiutato, per la consapevolezza dei miei limiti e per lasciare spazio a chi dopo di me aveva qualcosa da dire. Questo grazie allo spirito greco, che ci insegna di riconoscere i nostri limiti: «non oltrepassare il limite!» era il grande messaggio dell’oracolo di Delfi. Lei sostiene che le persone non pensano; e che non pensano anche perché non leggono. Non c’è una sorta di contraddizione performativa nel dire in libri che non si leggono libri? Quali canali si possono oggi sfruttare per raggiungere le teste e smettere di colpire la pancia? Io penso al libro come a un emblema, come un simbolo: quando leggo un libro, sono costretto ad attivare un pensiero; io sono l’autore di ogni libro che leggo. Quando leggo, interpreto; quando leggo, entro in un mondo che è altro rispetto al mio mondo. Il libro obbliga alla creazione del libro stesso che si sta leggendo. Oggi la società è inchiodata di fronte a tv e pc, dove si registrano passivamente delle impressioni: si ricevono immagini, spesso anche ad alta velocità, al punto che vengono trattenuti solo dei frammenti. Davanti alla televisione non si deve creare o immaginare; si deve solo vedere. L’immaginazione è un’operazione attiva, mentre la recezione delle immagine è pura passività: quando io vedo uno spettacolo non penso, resto semplicemente impressionato. Il pensiero non si attiva, io non invento niente all’interno di una visione. In un processo del genere, in cui spariscono i libri – come pare stia accadendo, dato che non vengono più acquistati –, sparisce anche una configurazione importante: quella dell’immaginazione e del pensiero. Il passaggio dall’uomo lettore all’uomo videns, come lo chiama Sartori[10], è un passaggio che non può lasciare indifferenti. L’unico luogo in cui si può riattivare il pensiero è la scuola. Ma evidentemente la scuola sta andando nella direzione che non è quella di capire la trasformazione dall’uomo lettore all’uomo passivo e che non è nemmeno quella di comprendere la molteplicità delle intelligenze. Ripeto, l’esempio della sostituzione dei libri con dei tablet, per me, è una tragedia: il libro può essere letto, ripassato, sottolineato, piegato, maltrattato. Il libro lo tengo tra le mani, l’I-pad chissà dov’è! Si tratta di un discorso simile a quello che si può fare riguardo la differenza tra la sessualità fisica e corporea e la sessualità virtuale.

lunedì 9 dicembre 2013

I POLLI DI RENZI

I polli di Renzi 9 dicembre 2013 - di Roberto Musacchio dal sito di ALBA Renzi ha vinto. Questo dato di fatto è indubitabile, aldilà del numero degli elettori. Ha vinto riuscendo, insieme, sia ad esprimere una reale egemonia, come si sarebbe detto un tempo, sia “spiazzando” i suoi competitor, e cioè mettendo insieme quelle che, sempre usando espressioni del nostro mondo antico, si chiamano mossa del cavallo e capacità corsara. L’uso della terminologia non è casuale per questo articolo. La mia idea infatti è che quella cassetta degli attrezzi, quella della vecchia storia comunista, sia passata di mano e non a caso. Sconfitti infatti sono gli ultimi eredi di quella che fu una gloriosa tradizione. Non c’è dubbio che nella vittoria di Renzi, per i suoi numeri quantitativi e qualitativi, la certificazione di questa sconfitta è fortissima. Ciò che rimane della classe dirigente che fu comunista è ridotta ad estrema minoranza. Una parte di essa, in forme per altro cospicue, transita nelle fila del vittorioso; che riesce a sommarla al riemergere dal minoritarismo e dal reducismo di quella che era la componente democristiana. Renzi vince ovunque, nelle terre eredi del comunismo e in quelle bianche. Naturalmente la sua non è una mera sommatoria, anzi. Il suo consenso è cementato e gonfiato dallo spirito di rottamazione e dal cambio generazionale, dal bisogno di vittoria, dalla capacità di riplasmare i materiali messi a disposizione dalle culture in crisi e della crisi. Cavalca l’anticasta, rilancia il maggioritario e il bipolarismo senza se e senza ma, carica a testa bassa le larghe intese, anche se bisognerà vederlo alla prova dei fatti. Punta tutto su una modernizzazione che appare datata, molto neoblairiana, ma che si ripropone con una sua flessibilità come quando attacca le forme più manifestamente stupide dei dogmi europei. Conquista ampiamente quello che è stato chiamato il popolo del centrosinistra, con una espressione che è stata usata in una forma quanto mai generica e politicamente approssimata. Questa forza di fondo lo rende capace di egemonia e insieme di grande capacità di movimento. Non c’è dubbio che in questo abbia sbaragliato chi gli si è posto contro. E lo ha fatto anche attraverso scelte che hanno spiazzato. Prima di tutte quella di decidere di correre per la segreteria del Partito. Frutto di una contingenza, la strada di Palazzo Chigi per ora sbarrata, trasformata in una sfida vincente. Se fin qui era valso lo schema per cui agli ex Pci andava il partito mentre gli altri erano candidabili a premier, schema che ha trovato la massima espressione nel prodismo, Renzi rompe il tabù e dà l’assalto direttamente alla casamatta e la espugna. L’effetto schockante di questo avvenimento credo sarà enorme, ancor più di quello che già oggi appare, perché viola la sacralità del santuario, del luogo ancora inteso come depositario dell’effettivo primato della politica. Quello che appare in tutta evidenza è che un’erede della Dc se ne appropria e sconfigge gli eredi del Pci non sul posizionamento, il ruolo di governo, ma sul piano della politica e di occupazione dello spazio preposto ad essa. Io non credo che questa lettura sia esaustiva della realtà e cioè che Renzi sia semplicemente un neodemocristiano, anzi. Eppure questo aspetto, e cioè quello di una vittoria sul campo della politica, di un figlio, sia pure alla lontanissima, della cultura democristiana, colpisce e rimanda ad altre epoche in cui si è manifestata questa egemonia DC nell’interpretare la modernizzazione, a partire da De Gasperi. Ma quando dico che Renzi non è semplicemente un neodc, lo dico guardando anche ad altre mosse che ha messo in campo sullo scacchiere, come quella di aprire all’ingresso del PD, il suo PD, nel Partito socialista europeo. Renzi mostra in questo di aver ben colto lo spazio che ha di fronte, che è diverso da quello che si sarebbe potuto trovare in altri Paesi europei, ma che comunque usufruisce dei materiali che il contesto in costruzione della nuova Europa offre. Altrove il popolarismo ha condizionato i socialisti nello spirito delle larghe intese costituenti: penso ad esempio alla egemonia attuale della Merkel in Germania. Qui da noi Renzi si appropria direttamente del PD e, se ne può esser certi, ne farà testa di ponte, e di ariete, per una nuova trasformazione del socialismo europeo verso i lidi democratici e filoamericani. Trova spazio fertile nella crisi, identitaria e politica, grave del socialismo europeo, che qualcuno semplicisticamente aveva circoscritto agli epigoni della terza via, che per altro furono politicamente vincenti a loro modo, e che in realtà si è resa più drammatica con la costruzione dell’Europa neoliberista. Anzi probabilmente Renzi sarà meno fedele, e ottuso, esecutore della governance e proverà a muovere magari in direzione di una correzione anglofila, e filoamericana, dell’attuale egemonismo tedesco. Renzi dunque vince. E perdono gli altri e in particolare gli eredi di una certa cultura politica che, come dicevo, Renzi ha saputo riattrezzare per sé, mentre loro la hanno in realtà ridotta a una sorta di bignami che ne ha ucciso gli elementi vivi. Qui c’è la lunga parabola della storia del PCI che si dovrebbe finalmente ripensare. Come sia sopravvissuta l’idea che una cassetta degli attrezzi, dall’egemonia alla doppiezza, potesse sopravvivere rompendo in radice con la sua ragion d’essere e cioè il cambio radicale della società, si sarebbe detto un tempo, la Rivoluzione. Ora, io sono convinto tra l’altro che non tutti gli attrezzi di quella cassetta fossero di pari valore d’uso, per non dire morale. La doppiezza ad esempio non mi ha mai convinto. Ma non c’è dubbio che porla al servizio di una politica che andava nella direzione opposta, e cioè verso l’edificazione dell’Europa liberista, con la rottura del vecchio compromesso sociale, è stata una operazione suicida. E’ valsa ad esempio nei Paesi dell’Est per le vecchie nomenclature riciclate. Ma qui porta agli esiti attuali. In questi anni gli eredi della vecchia cassetta degli attrezzi l’hanno usata per maneggiare pensieri opposti a quelli che l’avevano forgiata. Dal maggioritario, alla centralità governi sta, passando per meritocrazia, privatizzazioni, liberalizzazioni e arrivando all’austerità. Sempre continuando a pensarsi però “eredi di..” La cosa ancora più grave è che hanno pensato che quell’essere eredi di avrebbe mantenuto loro la connessione sentimentale, o il governo, del “loro” popolo. Che in realtà nel frattempo diventava qualcosa del tutto diverso, impastandosi con le culture della crisi. Qualcosa che Gramsci avrebbe saputo analizzare e interpretare con quello che chiamava spirito di scissione, per indicare il bisogno di confrontarsi seriamente, e non populisticamente, con le culture di massa. Ma che anche un fine analitico della italianità come Manzoni avrebbe saputo leggere meglio. Meglio cioè di quello che hanno fatto i competitor di Renzi, i suoi polli per giocare con una metafora manzoniana. Quelli che lo hanno contrastato da dentro il PD e quelli che, in particolare negli ultimi anni, hanno provato a condizionare il PD abbracciandolo in nome della vecchia cassetta degli attrezzi. Entrambi, da dentro e da fuori, naturalmente con elementi diversi, hanno assunto sempre più quel quadro di riferimento culturale, dal maggioritario alla centralità del governo, che li ha messi fuori gioco a fronte della superiorità strategica e tattica di Renzi. Naturalmente anche coloro che hanno provato a stare fuori dalla gabbia dei polli non si sono salvati dall’essere spennati quasi fino all’ultima piuma. Sconfitto il tentativo di resistenza che fu proprio degli anni seguiti allo scioglimento del Pci e che hanno avviato l’attuale fase non si è riusciti a replicare in forme e modi adeguati alla bisogna. Oggi, però, la esigenza si ripropone, in tutta evidenza. Pensare di restare nella gabbia di Renzi pensando di avere nella cassetta degli attrezzi una qualche chiave per uscirne mi pare insensato. Per uscire da quella gabbia però occorre con tutta evidenza una nuova cassetta degli attrezzi che nasce da una critica radicale della consunzione della vecchia ma anche del dotarsi di qualche nuovo arnese. Come ad esempio quelli che vengono da quei movimenti, ma anche da quelle culture politiche, che hanno provato ad attrezzarsi in questa nuova fase. Comunque se anche i polli di Renzi, lo dico con affetto, provassero a parlarsi invece che continuare a litigare, non sarebbe male

domenica 1 dicembre 2013

L'EFFETTO BERLUSCONI

L'effetto Berlusconi Antonio Gnoli intervista Slavoj Žižek (dal sito Sinistrainrete.it ) Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual è da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizionare dal fastidio che l'«oggetto» in questione sovente provoca in chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo tra il volto-maschera, al quale ci ha abituati nelle sue molteplici apparizioni televisive, e l'anima-merce, nella quale albergano desideri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l'uomo del sogno: figura temibile e consolatoria a un tempo, le cui parole, quando vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nello schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all'idea del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dirle - come accade nei sogni - le parole hanno un carattere volatile e lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esilarante, minaccioso, imprevedibile, efficace. Ci ha colpiti il modo col quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books», Slavoj Zizek riportava quel potere all'ironica immagine di un Panda, protagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbiamo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e preferito il moderno al «post». Zizek non si considera un esperto di Berlusconi e soprattutto — tiene a precisare — pensa che per molti versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l'effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l'Italia. Il discorso, dunque, non può che cominciare dall'intreccio tra due figure cardine della modernità: politica ed economia. Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e capitalismo. Com'è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame? Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico Peter Sloterdijk mi confessò che, dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua risposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent'anni Primo ministro di Singapore. E stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare «capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le riforme e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina. La Cina, insomma, è il sorprendente laboratorio nel quale si progetta il nostro futuro? Diciamo che ci sono alcuni elementi che vanno in quella direzione. Se un nuovo modello si afferma e condiziona mondi culturalmente lontani, non si può non valutarne la forza di penetrazione. Sia Sloterdijk che io pensiamo che la scissione tra democrazia e capitalismo si stia lentamente espandendo. Se ne osservano elementi in Russia e, sebbene sarebbe chiaramente folle sostenere che l'Italia sia già uscita dalla democrazia, vedo anche qui tendenze non tanto alla sua sospensione formale, quanto alla sua neutralizzazione: si tende a rendere la democrazia irrilevante. Il punto è fare in modo che la gente accetti che i meccanismi democratici non siano davvero importanti, che esprimano un rituale completamente vuoto. Del resto vedo aspetti di questo processo anche negli Usa. Quando esplose la crisi finanziaria, fu messo in discussione il primo grande intervento pubblico da, mi sembra, 700 miliardi di dollari. Alla prima votazione - Bush era ancora Presidente - il Congresso votò contro con due terzi dei suffragi. Cosa accadde? L'elite politica di entrambe le parti - Bush, Obama, McCain eccetera - si rivolse al Congresso più o meno con questi toni: «Ascoltate, non abbiamo tempo per questi giochetti democratici, questa roba bisogna approvarla e basta»; una settimana dopo, il Congresso rivotò ribaltando totalmente la sua precedente decisione. Non è dunque questione di individui pazzi o autoritari: no, c'è qualcosa nel capitalismo contemporaneo che spinge in questa direzione. Si può dire che, rispetto al passato, la situazione si sia enormemente complicata. La famosa «globalizzazione» ha dilatato problemi che tradizionalmente trovavano una soluzione nell'ambito degli Stati-Nazione. Oggi non è più così. Con quali effetti per la democrazia? Credo che i meccanismi democratici non siano più sufficienti ad affrontare il tipo di conflitti che si prospettano all'orizzonte (sull'ecologia, le grandi migrazioni, le rivolte locali, ma anche altri relativi al funzionamento intrinseco del capitalismo: dalla proprietà intellettuale alla crisi finanziaria). Sembrano richiedere un «governo di esperti» molto decisionista, che si esprima su quel che occorre fare, e lo metta rapidamente in atto senza tanti salamelecchi. Ma è un esito molto triste: se finora, nonostante tutto, c'era un buon argomento a favore del capitalismo, ovvero che prima o poi, magari dopo qualche decennio di dittatura come in Sud Corea o in Cile, l'avvento del capitalismo avanzato avrebbe poi implicato la democrazia - ecco, tutto questo non accade più. Ed è un fenomeno davvero nuovo, un'epoca nuova, direi. Ma il punto, si badi bene, non è criticare la democrazia in sé; bisogna comprendere come la democrazia si stia autodistruggendo, ed è importante sottolinearne l'aspetto strutturale: non si tratta delle decisioni di singoli pessimi leader, della loro brama di potere o simili: è il sistema stesso che non può più riprodursi in modo autenticamente democratico. Il che ci porta all'oggetto del nostro incontro. A quale genere di democrazia ha dato dunque vita Berlusconi? Mi sento di ribadire che forse voi italiani vi concentrate troppo su Berlusconi come causa dei mali che vi affliggono. In realtà bisogna vederlo come effetto. Non dimentichiamo le circostanze in cui è «sceso in campo»: lo scandalo di Mani pulite e il vuoto di potere che si creò con la scomparsa di un'intera élite politica. Certo, fin dall'inizio il suo progetto ha presentato elementi originali: Berlusconi ha davvero inventato qualcosa. Quel che ha introdotto è, formalmente, ancora una democrazia ma che, come tutti sappiamo - questo punto è stato trattato fino allo noia -, funziona in modo diverso: è, voglio dire, una democrazia ipermediatizzata, soggetta allo spettacolo pubblico. Ma c'è un secondo aspetto, per me molto importante, su cui vale la pena richiamare l'attenzione: la scissione del processo politico in sé - il processo di governare un paese, il decision making - dallo spettacolo mediatico, dalla dimensione dello scandalo pubblico, con tutte le sue conseguenze. Lei allude agli scandali sessuali che hanno pesato sulla figura del premier? Sì. Ma occorre capire perché quando c'è uno scandalo sessuale, tutti si occupano di quello, ma in maniera completamente dissociata da ciò che veramente accade. Berlusconi — non dovremmo dimenticarlo - non è solo un clown: ci sono cose che accadono davvero, decisioni politiche gravi che vengono realmente prese. Questo gap caratterizza la politica oggi. Questa «dissociazione» impedirebbe di cogliere l'effettiva strategia del potere berlusconiano? E' come se mi concentrassi sull'albero, perdendo di vista la foresta. Un potere è sempre un risultato complesso. Si pensi a un altro aspetto originale di Berlusconi. E' riuscito a marginalizzare la sinistra, e a stabilire una nuova polarità politica fra quello che potremmo definire un orientamento liberale neutro e tecnocratico e una reazione populista. Questo è perfettamente chiaro in Polonia: l'attuale premier Donald Tusk è un puro tecnocrate liberal e i due gemelli Kaczynski (almeno fino a quando l'incidente aereo non ha sciolto definitivamente questa coppia), - sorta di Tweedledee e Tweedledum, i due matti di Alice nel paese delle meraviglie, saliti al potere - populisti al massimo grado. Berlusconi fa qualcosa di più: riunisce le due polarità. E' certamente un tecnocrate brutale, efficientista, ma allo stesso tempo presenta chiari elementi populisti. Forse questa combinazione è politicamente la più pericolosa, ed è in questa direzione che egli si sta muovendo. Nel momento in cui Berlusconi ha occupato tutto lo spazio, non ne lascia all'opposizione: è la magia del funzionamento dello spazio simbolico. Naturalmente non sto affermando che siete uno Stato di polizia: l'Italia funziona ancora, ma è tuttavia avvertibile questo effetto di assenza di spazio, che mette l'opposizione nella difficoltà di definire se stessa. Ci si può chiedere a questo punto se ci sia davvero, nell'attuale sistema, una grande alternativa a Berlusconi. Può la politica liberista offrire di più che un «Berlusconi dal volto umano»? Io credo di no. Lei sostiene che il modello Berlusconi è un oggetto molto più complicato di ciò che appare e che, in qualche modo, impone un linguaggio anche a chi è antiberlusconiano? Non si può prescindere dallo spazio simbolico che egli ha costruito e che condiziona qualunque azione che cerchi di ridurne l'efficacia. Ciò che suggerisco è di non farsi comunque ipnotizzare dallo spettacolo in corso, dall'aspetto clownesco, dall'evidente corruzione: cerchiamo di rivolgerci le domande essenziali. Certo, è un fatto forse unico nei tempi moderni che un premier, attraverso i suoi avvocati, dica di esser pronto a dimostrare in tribunale di non essere impotente. Ma è molto più importante l'altra faccia di Berlusconi. Quegli aspetti che potrebbero apparire secondari, ma che per me sono presagi inquietanti. Per esempio - mi chiedo - quanti italiani sanno di vivere da tempo formalmente in uno stato di emergenza, proclamato per poter schierare l'esercito in aree civili? Se si combina questo con le ronde, con quello che è accaduto all'Aquila, con la vicenda dei rom, se ne possono trarre conseguenze inquietanti. Non dico che domani Berlusconi proclamerà l'emergenza nazionale e che vi risveglierete in uno stato di polizia, no: in un certo modo, Berlusconi sta portando a compimento quel che ha fatto Bush negli Stati Uniti. Non avremo il caro vecchio stato d'emergenza — discorsi alla nazione, coprifuochi eccetera - la vita andrà avanti normalmente, con le sue permissività, i suoi piaceri, i suoi sogni, ma sotto l'ombra di misure eccezionali, impiegate, si potrebbe dire, proprio per proteggere la cosiddetta «libertà», il piacere. E' una sorta di autoritarismo permissivo, che ha per formula «più divertimento e più misure straordinarie»: potrebbe essere il nostro futuro. Dovremmo esserne consapevoli, ed è certamente cruciale leggere tutta la Berlusconi-commedia su questo sfondo di misure graduali da stato di emergenza. Ma ripeto ancora: non bisogna pensare che la causa di tutto ciò sia Berlusconi. Se lo fosse la soluzione sarebbe relativamente semplice: basterebbe vincere le prossime elezioni. Il problema è più profondo. Quest'idea di «autoritarismo permissivo» fa pensare al modo in cui, in una delle sue lezioni, Foucault declinò l'esercizio della «sovranità grottesca». Soprattutto in periodi di decadenza, il potere acquista un aspetto di terrificante comicità. Foucault usò la parola «ubuismo», dall'Ubu roi. L'uso che Berlusconi fa del potere crede sia in qualche modo connesso a questa idea? Già da molto tempo nella letteratura e nel cinema troviamo quest'idea di «ubuizzazione» del potere. Vi sono elementi di ubuizzazione nel leader nordcoreano Kim Jong-il, per esempio, ma con una differenza fondamentale: Kim è Ubu roi per noi, ma non per se stesso. Non puoi ridere di lui, laggiù. Più vicino a noi, elementi di questo tipo c'erano anche in Reagan e Bush: anch'essi, come più tardi Berlusconi, giocavano ironicamente con la loro stessa stupidità, prendendosi lievemente in giro. Berlusconi non ha inventato nulla, ha solo spinto le cose alle estreme conseguenze: ma questa ubuizzazione era già in atto, ed è il segno di un profondo cambiamento nelle dinamiche simboliche del potere. E uno dei certificati di nascita è stato prodotto negli Stati Uniti? Negli Stati Uniti, questo cambiamento si è avviato dopo Richard Nixon. Oggi verrebbe quasi voglia di dire che Nixon sia stato un grande Presidente. Certo, era corrotto. Ma se si misura il grado di essere di sinistra sulla semplice base di quanto lo Stato investe nell'istruzione, la salute, il welfare, allora Nixon è stato il Presidente più di sinistra degli Stati Uniti. Ha normalizzato i rapporti con la Cina, cambiando la geopolitica mondiale. Al riguardo mi sento di sposare una teoria leggermente paranoica: forse la vera ragione per cui cadde non fu il Watergate in sé, ma la volontà dell'elite di farlo fuori, probabilmente per la «pacificazione» avviata con il grande paese comunista. In ogni caso, il Watergate fu una fine adeguata per l'ultimo grande Presidente edipico e tragico della storia americana. La sua caduta fu una vera tragedia, la sua dignità venne distrutta. Era ancora una figura di «nobile Presidente» che cade. (Anche a Carter è accaduto qualcosa di analogo, ma la sua fine è stata meno tragica). Con Reagan si inaugura l'ubuizzazione, Reagan è il primo Ubu roi. Ma Berlusconi è andato più lontano: è il leader che, per così dire, si prende gioco di se stesso. Per questo, compito dell'opposizione dev'essere non tanto prendersi classicamente gioco del leader - come avveniva, per esempio, con le barzellette durante lo stalinismo - ma proprio ignorare questo aspetto, far capire che c'è poco da scherzare, che accadono cose gravi. Questa serietà minacciosa, alla quale lei fa riferimento, non può essere però separata dal lato diciamo farsesco, greve e, perfino in un certo senso, gratuito. Gratuito, al punto, da apparirci come un fraintendimento della libertà. In fondo, tra coloro che plaudono al berlusconismo ci sono quelli che dicono: evviva, lui c'ha liberati dai lacci delle regole istituzionali e dall'eccesso di Stato. Sono certo che Berlusconi ne sarebbe disgustato: ma uno come lui, con i suoi aspetti farseschi e ubuizzati, può diventare Presidente solo dopo la ribellione antiautoritaria del '68 - il che la dice lunga sui limiti del '68. Quali erano i tre grandi obiettivi di quella ribellione? L'alienazione sul posto di lavoro, la famiglia e la scuola viste come strumento dell'oppressione borghese. Siamo o no consapevoli dell'abilità con cui il capitalismo contemporaneo ha integrato in sé questi aspetti di ribellione, e quanto esso sia il vero erede del '68? Quanto alle industrie, oggi non facciamo più ricorso al fordismo, e se ne abbiamo bisogno lo esternalizziamo in Cina o in Indonesia: oggi si parla di «produzione postmoderna», di «progettualità dinamiche», di «gruppi di lavoro interattivi». Persino l'università non è più il sacrario della conoscenza organizzata dallo Stato oppressivo, ma è decentralizzata e privatizzata, secondo l'idea dell' «educazione permanente»: si segue un corso di qua e uno di là, tutto è finalizzato a scopi pratici. O si pensi alla sessualità: ma a chi importa della famiglia, oggi, Berlusconi per primo? Lo si fa in giro un po' come capita o come si può. Insomma, le richieste del '68 sono state esaudite, e il risultato è molto peggio di quel che c'era prima. E questo concerne anche il potere nella sua massima espressione? Anche questa «ubuizzazione del potere» fa in qualche modo parte del riassorbimento del '68 nel sistema. Una delle tendenze più tipiche del '68 francese era la messa in ridicolo del potere; e non è un caso che proprio in Francia Coluche, il celebre comico, annunciò nel 1980 di volersi candidare alla presidenza. La sua propaganda si basava sulla continua ridicolizzazione di se stesso: teneva discorsi pseudoelettorali sulla tazza del gabinetto, e alla fine scaricava lo sciacquone. A un certo punto, prima che si ritirasse (secondo alcuni costretto da Mitterand, e di mezzo ci fu anche la misteriosa morte di un collaboratore), i sondaggi gli attribuivano il 16%. Anche Felix Guattari lo sosteneva, ci vedeva una forma di sovversione. Ma si sbagliava. Oggi abbiamo Coluche al potere: è Berlusconi, e questo è un aspetto abbastanza enigmatico di quella che potremmo definire la figura postmoderna del capo politico; il potere può oggi funzionare senza dignità e serietà, senza i regalia dell'autorità. In termini lacaniani, potremmo parlare di un'eclissi del significante padrone (signifiant maitre). Lacan parla di un'opposizione fra conoscenza e significante-padrone: l'autorità non può basarsi solo sulla conoscenza degli esperti, ma deve presentare una caratteristica aggiuntiva che identifichi qualcuno come capo. Se si toglie il tradizionale carisma fatto di dignità, bisogna trovare un sostituto, e uno dei sostituti pare oggi essere una comicità alla Ubu. Il potere di Berlusconi oggi pare fatto di (presunta) competenza tecnocratica e di comicità. Il riferimento al corpo del comico e alle sue volute degradazioni, innesca una riflessione sull'ossessione berlusconiana per il proprio corpo, sulla sua dichiarata volontà di sopravvivenza, o meglio ancora: desiderio di sconfiggere la morte. Non credo sia solo paura di invecchiare, ma necessità di eternarsi ancora in vita. Lei come giudica questo atteggiamento? Faccio spontaneamente qualche associazione. La prima è che Berlusconi costituisce per certi versi una reviviscenza del mito medioevale, presente nel ciclo arturiano, del Re Pescatore, o Re Ferito, alla cui menomazione fisica corrisponde la decadenza e la desertificazione del suo paese, la Terra desolata. Il re deve guarire perché il paese possa prosperare di nuovo. Oltre al semplice elemento della vanità personale, è come se Berlusconi cercasse di vendere, in modo comicamente distorto, il mito arcaico che la salute del paese dipenda dalla salute del capo. E' questa l'ironia di Berlusconi: continui riferimenti ai regalia e, al contempo, capacità di sollecitare un'identificazione basata sulla sua somiglianza, non sulla differenza dall'uomo comune. È la caratteristica del populismo. Ma in che consiste questa identificazione? Partiamo da un luogo comune. Non dico che gli italiani siano così, ma esiste senz'altro un cliché che li dipinge come piccoli frodatori che stordiscono le mogli di bugie, e vengono rappresentati come donnaioli ed evasori del fisco. Berlusconi sembra realizzare in proporzioni amplificate ciò che gli italiani sognerebbero di fare - un po' di affari loschi qui e là, una relazione diciamo molto personale con le tasse. Anche la sua propensione ai commenti e alle battute sessuali, le sue gaffe, le sue barzellette innalzate a miseri apologhi, proiettano una trama conoscibile. È come se imitasse l'ordinarietà di voi italiani. E questo è ancora un altro aspetto dell'ubuizzazione. È una strategia interamente voluta? Mi chiedo se lo faccia apposta, e in quale misura. Alcuni politici sloveni che lo hanno incontrato mi hanno detto che anche in privato è così, che gli piacciono le barzellette sporche, che ama tirare tardi. Ma anche se è davvero così, non è impossibile che consapevolmente lasci questa sua natura esprimersi il più possibile. Credo ci sia in ciò un aspetto manipolatorio: Berlusconi «c'è e ci fa», come direste voi. Qualcosa di diverso ma analogo accade con Putin, che rappresenta un altro versante del potere postpolitico e neoautoritario (e non è un caso che i due siano amici). Putin gioca consapevolmente con un altro aspetto, quello del suo brutale autoritarismo. Quando per esempio un giornalista occidentale gli rivolse una provocazione filo-cecena, per tutta risposta Putin gli chiese: «Sei circonciso? In Russia abbiamo degli ottimi dottori, possiamo circonciderti e forse anche qualcosina di più». Ho chiesto ad alcuni miei amici russi ben informati se queste siano «esplosioni» incontrollate di una vera natura tenuta repressa; mi hanno risposto che no, che sono per lo più previste e progettate. Insomma, il capitalismo postdemocratico sta trovando in Occidente le sue diverse forme: per ora italiana e russa. Qui comunque non abbiamo bisogno di un autoritarismo «confuciano», di leader saggi e sapienti, come a Singapore. Non fa per noi, stiamo inventando i nostri modi e ne sapremo di più tra qualche anno. È interessante quel riferimento al mito medioevale del Re Pescatore. A questo proposito veniva in mente il film di Terry Gilliam sulla leggenda. Glielo ricordo perché lei ha spesso usato il cinema come metafora in grado di spiegare i meccanismi nascosti della realtà. È un invito a verificare se sono possibili altre associazioni. Sempre restando ai miti medioevali, un'altra associazione si può fare con l'ultimo Beowulf cinematografico, quello interpretato da Ray Winstone. Ecco, Winstone è davvero una figura berlusconiana. All'inizio, nel film, anche lui fa dei commenti ironici su se stesso. E poi il film ha qualcos'altro, qualcosa di unico dal punto di vista tecnico. Hanno combinato riprese d'azione e cartoni animati. Ci sono degli attori in carne e ossa, ma la loro immagine è modificata mediante disegni, così che appaiono, fra le altre cose, più giovani. Il Beowulf cinematografico è una sorta di chirurgia plastica vivente, e così in qualche misura è Berlusconi. Pensiamo ancora a uno dei grandi miti gotici del nostro tempo, i giochi di carte per bambini. In particolare Yu-Gi-Oh!, forse il più diffuso in tutto il mondo. Mio figlio non fa altro che giocare con queste carte (e mi ha costretto a comprare su eBay la combinazione di carte più potente, nota come Exodia, per trecento dollari). Ecco, la cosa straordinaria di questi giochi è che non presentano un unico universo di regole. Quasi ogni singola carta ha le proprie. Per me sono un mistero: su una carta può esserci scritto che se ne hai un'altra succede un'altra cosa ancora, e così via. È un sistema di regole completamente opaco, sterminato; solo dei bambini piccoli, con la loro memoria eccellente, possono ricordarle tutte. Questo assomiglia moltissimo al modo in cui funziona il potere oggi. Gli antichi e nobili sistemi di potere sono fondati su testi sacri: costituzioni, regole di base. Oggi ci stiamo muovendo da un grande insieme di regole fondamentali e stabili a queste improvvisazioni: si tendono a creare stati temporanei di emergenza con regolamenti transeunti, variabili. Già Foucault e Deleuze identificarono questo passaggio dalle leggi ai regolamenti: regole inventate per, o applicate a, situazioni specifiche. Non dimentichiamo però che uno dei contenziosi più aspri riguarda le leggi ad personam. Si potrebbe dire che non c'è niente di più generale del personale e che il corpo del Re va salvato a ogni costo, contro ogni decenza e a prescindere da ciò che la democrazia richiederebbe. È il lato oscuro e mitologico del potere di quest'uomo che si avvale di una clownerie unica. Un mio sogno è vedere interagire Berlusconi e Benigni al suo peggio (in senso buono): il mio problema con Benigni è che negli ultimi film è diventato troppo sentimentale (al Pinocchio, ma anche al finale della Vita è bella, preferisco il Benigni, per esempio, di Taxisti di notte di Jarmush). Ecco, sarebbe bello vederli insieme, questi due grandi clown. Ma non sono sicuro che Benigni sarebbe altrettanto divertente, con Berlusconi. Benigni è un clown classico, il cui gioco è meno opaco e più aperto, Benigni si prende in giro e fa il pagliaccio in un modo che presuppone una dignità. E questo è il motivo per cui amava tanto Berlinguer. Si può non essere d'accordo con Berlinguer, ma è senz'altro stato uno degli ultimi politici italiani a incarnare un'autorità sommamente dignitosa - il silenzio della dignità, si direbbe. La mia impressione è che Benigni funziona meglio in contrappunto a un'espressione dignitosa del potere. Con Berlusconi potrebbe essere un numero molto, molto meno divertente. Anche perché Berlusconi non dividerebbe mai la scena con qualcun'altro. Soprattutto se più bravo di lui. Del resto egli è certo di essere un grande seduttore di donne e di folle. In che misura egli incarna la seduzione del potere? Ogni potere esercita una seduzione. Persino gli esperti tecnocrati tentano di sedurre attraverso i loro expertise: quando gli economisti espongono le loro posizioni dispiegando terminologie specialistiche, contano sul fatto che non li comprenderemo, e che proprio per questo ci sedurranno. Certo, Berlusconi seduce, ma non con i mezzi tradizionali della brutalità né della dignità. Anche se l'ubuizzazione comincia con Reagan, questi presentava ancora alcuni aspetti tradizionali di brutalità: si pensi a quando, in risposta a un grande sciopero dei controllori di volo, si rese rapidamente conto che nell'esercito aveva abbastanza uomini per sostituirli, e li licenziò tutti e diecimila. Berlusconi seduce anche lui, ma in una maniera originale. Per certi versi rappresenta un ritorno all'Urvater freudiano: si ricorderà che secondo il Freud di Totem e tabù il padre primordiale aveva il diritto di possedere fisicamente ogni donna della tribù. Ritengo che Berlusconi giochi con questa forma di seduzione, e penso che questo segnali un nuovo funzionamento del potere in generale. Non dovremmo sottovalutarlo o ridurlo troppo facilmente a un fenomeno tutto italiano. Molti analisti politici oggi gettano facilmente il discredito con asserzioni sostanzialmente razziste: «Ah questi italiani, non ci si può far nulla!». Non è così. E com'è? Si pensi a Obama. Anche lui si è avvalso di questo cambiamento, in modi molto diversi. Anche lui non recita più la parte del nobile e dignitoso capo di Stato. La prima reazione di molti alla candidatura di Obama fu: è un bravo ragazzo, ma lo prenderanno sul serio? Ha abbastanza autorevolezza? Nel conflitto fra Obama e McCain, era questi a giocare il ruolo dell'autorità classica. Se dai dibattiti politici togliamo la fuffa, il punto base di McCain era: «Io sono un capo, io ho l'autorità, Obama no». Ma oggi l'essere capi è dissociato dall'essere autorevoli e austeri; e Obama ha potuto vincere. Certo, si può fare un'analisi psicologica di Berlusconi, ma non penso che questo sia interessante. E' preferibile domandarsi a quali bisogni sociali, a volte arcaici, la figura di Berlusconi fa riferimento. Con quali bisogni la figura di Berlusconi entra in risonanza? In definitiva, io sono un collettivista vecchio stile. Gli individui non sono interessanti: odio la psicologia individuale. Mi interessano i bisogni collettivi che essi rispecchiano. Lei sostiene che ciò che accade in Italia succede anche altrove. Ma in quale altro grande paese il suo avere a che fare con escort, ragazze giovanissime e persino minorenni non avrebbe portato a dimissioni immediate? Questo non è accaduto in Italia. Perché? Non credo che in tutti gli altri paesi il risultato sarebbe stato questo. In altri paesi succederebbe forse qualcosa di simile a quanto sarebbe accaduto anche negli Stati Uniti e in Italia decenni fa: si sarebbe realizzato il patto generale di non parlarne. Mentre adesso assistiamo, sotto questo aspetto, a un'americanizzazione dell'Italia (e progressivamente dell'Europa): la vita privata dei leader diviene un fatto d'interesse pubblico. Arche in America, del resto, il fenomeno è recente. Pensiamo a Kennedy: lo sappiamo tutti, non faceva altro che sedurre donne, ma la stampa lo ignorava, non solo e non tanto perché i media fossero oggetto di repressione, ma perché faceva parte del patto sociale. Pensiamo ancora alla Francia e a Mitterrand: tutti sapevano che aveva moltissime amanti e molti figli illegittimi. Un liceo del sesto arrondissement, vicino al Jardin du Luxembourg, veniva chiamato il liceo dei figli illegittimi di Mitterrand. Ma nessuno ne scriveva, anche in questo caso. C'era un codice di discrezione che imponeva di non farlo. Il ghiaccio venne rotto negli Stati Uniti con Clinton: e da allora si può fare ogni cosa, si può indagare sulla vita privata dei personaggi pubblici. Voi siete una grande nazione, non abboccate a queste stronzate nordeuropee che vi trattano come una razza di inguaribili fanfaroni. Una nazione si giudica anche da chi la guida. D'accordo, ma la questione è più generale e travalica i vostri confini, fa parte della «snobilitazione» del potere. Qualcosa è cambiato a un livello molto più profondo, nell'economia simbolica della relazione della collettività con il potere. E, lo ripeto, non credo che in tutti gli altri paesi, comunque, un Berlusconi rassegnerebbe le dimissioni. Lo stesso Clinton non si dimise. E anche in Francia oggi non sarebbe certo detto. Un po' di tempo fa, mentre visitava una fiera agricola, a un uomo che ha rifiutato di dargli la mano, Sarkozy - che non sapeva di essere registrato - ha risposto: «Casse-tot, pauvre con», un'espressione molto volgare e insultante. Il video ha fatto il giro del mondo, ma non è successo nulla, anzi forse l'episodio lo ha aiutato in popolarità. Comunque, certo, in molti altri paesi non è ancora possibile non dimettersi dopo uno scandalo del genere: ma voi siete il futuro. Diventerà sempre più così, c'è da temere. Tuttavia, scoperto il «vizietto» di Berlusconi, lo si potrebbe utilizzare più discretamente per farlo cadere, costringendolo a dimettersi ma senza mettere al centro dell'attenzione pubblica la sua vita sessuale. Questo è la fine dell'autorità moderna per come la conosciamo. Nel suo articolo sulla «London Review of Books», lei ha sostenuto che il modello di Berlusconi è esportabile. Che cosa glielo fa ritenere? Berlusconi è l'epitome dell'«ubuizzazione del potere», della perdita della dignità classica del leader. E penso che questo sia un processo universale. Potrà avvenire in modi diversi a seconda dei paesi, ma è parte di un processo globale. Cosa pensa delle ripetute minacce di Berlusconi alla stampa? Io penso sia in primo luogo ipocrisia. Berlusconi fa il doppio gioco, in questo caso: nessuno è così stupido - e lo stesso Berlusconi non può essere totalmente stupido - da pensare che il modo in cui lui si comporta non possa provocare questo genere di domande. Non può certo dire, in nessun caso, di essersi comportato come un onorevole e dignitoso uomo di Stato! D'altra parte, molte persone comuni, pensando a un settantaduenne che se la spassa con tante ragazze, potrebbero ammirarlo. Certo, io sono disgustato dal comportamento di Berlusconi, mi sento completamente solidale con «la Repubblica» e aderisco senz'altro e con convinzione all'appello che qualche tempo fa fu fatto da tre giuristi. Tuttavia, temo che Berlusconi prosperi proprio su questo. I politici più abili nella manipolazione lo hanno sempre saputo: nulla ti aiuta di più di un certo genere di critica. Berlusconi oggi si può anche presentare in questo modo: sono un grande seduttore, quei professorucoli impotenti della sinistra mi invidiano a morte. Qui giochiamo con il fuoco. Lei che farebbe? Se io fossi un giornalista antiberlusconiano, cosa che certamente sarei, non mi concentrerei sulla sua vita sessuale né su altri temi che possono generare la pur minima identificazione: l'evasione fiscale, per esempio (o l'impotenza: anche questo può generare identificazione, visto che metà degli uomini hanno problemi del genere). Persino concentrarsi sulla corruzione funziona solo con i casi estremi: una corruzione «ordinaria» può esser vista come una forma estremizzata di piccoli comportamenti di saper vivere quotidiano. Bisogna forse presentare le decisioni politiche di Berlusconi come direttamente legate ai loro effetti gravemente negativi. Dire: Berlusconi ha fatto questo, e di conseguenza queste persone, con nomi e cognomi e storie, sono morte, queste altre hanno perso il lavoro. Se gli elettori rimangono indifferenti davanti a questo, beh, siamo fottuti. E Berlusconi, certo, sta attivamente cercando di creare una simile indifferenza. Ma dev'esserci un modo di reinventare le domande centrali della politica, riformulando le questioni politiche ed economiche in termini più personali, anche chiaramente manipolatori, se ce n'è bisogno. Sarebbe un bene ripensare la strategia per combattere Berlusconi: troppe volte lo abbiamo aiutato.